L’AQUILA – Il 2016 si è aperto con una inversione di tendenza per la viticoltura abruzzese: c’è una generalizzata presa di coscienza da parte delle aziende che sta portando all’aumento della quantità di vino imbottigliata in regione, fino ad oggi minoritaria rispetto a quella che finisce sul mercato.

Lo conferma ad AbruzzoWeb il presidente di Assoenologi Abruzzo e Molise, Nicola Dragani. “La percentuale fuori dall’Abruzzo pian piano sta diminuendo – dice – La stima dei primi tre mesi del 2016 sono a nostro favore. Sono convinto che a fine 2016 arriveremo forse al 50%”.

“È ancora poco, ma le nostre aziende hanno preso coscienza che il valore aggiunto bisogna lasciarlo in regione distribuendolo ai viticoltori e non appannaggio degli imbottigliatori esterni”, aggiunge.

Sembra dunque maturare, in Abruzzo, la consapevolezza dell’importanza della qualità per conquistare il mercato.

La stura, arriva anche dal pericolo di liberalizzazione dell’etichettatura paventato da Bruxelles qualche settimana fa. Il regolamento comunitario che liberalizza la possibilità di indicare il nome del vitigno anche fuori dalla zona di produzione sembra vada verso il ritiro, ma l’idea che è balenata nelle stanze della Commissione europea che avrebbe permesso di avere, ad esempio, un Lambrusco di Romania, ha innescato un vivace dibattito che in Abruzzo potrebbe dare la stura ad una nuova politica delle denominazioni di origine.

Un passo considerato da molti ancora troppo audace, ma che andrebbe nella direzione di privilegiare in etichetta il nome del luogo dove si produce, come avviene in Francia, i cui vini sono conosciuti nel mondo rigorosamente per il nome di regioni, dipartimenti e comuni nei quali sono prodotti.

In regione uno dei pochi esempi è offerto dal Consorzio Colline teramane, che sta anteponendo il nome della zona di produzione a quello del vitigno e che con la vendemmia 2016 uscirà sul mercato direttamente con il nome della denominazione di origine controllata e garantita (Docg). Anche perché, ragiona il presidente Alessandro Nicodemi, “il Chianti, il Brunello di Montalcino o il Morellino di Scansano sono conosciuti in tutto il mondo per il posto dove si producono e non per il vitigno Sangiovese, che neanche nominiamo, con cui vengono prodotti, come avviene per il Nebbiolo con il Barolo”.

“Dobbiamo ad esempio essere coscienti del fatto che il Pecorino, sul quale tanto puntiamo, si produce nelle Marche, nel Lazio, in Molise, in Puglia, quindi sul mercato quando arrivi come Pecorino sei uno dei tanti, non emergi”, spiega.

Incentivare la nascita del maggior numero di denominazioni di origine è la strada che l’Abruzzo deve percorrere per puntare sulla qualità, come conferma l’assessore regionale all’Agricoltura Dino Pepe, per il quale bisogna “stimolare i regimi di qualità anche attraverso misure specifiche del Piano di sviluppo rurale (Psr) che incentivino l’aggregazione di aziende”.

“La direttiva europea sarebbe stata per la nostra realtà molto impattante, anche se la politica comunitaria va in quella direzione – dice -dobbiamo caratterizzare meglio il nostro vino, puntando all’imbottigliamento nella nostra regione che produce ancora troppo sfuso da tavoila”.

“La deroga data dall’Europa deve essere per noi occasione di riflessione e per prepararci a questa metamorfosi, intanto continuiamo a lavorare per utilizzare la denominazione del Montepulciano, guardando con attenzione all’iniziativa del Consorzio Colline teramane che ha anteposto la località al vitigno”.

D’altra parte, come dice Nicodemi, “impossibile presentarsi sul mercato con 150 milioni di bottiglie, tanta è la produzione del Montepulciano, dicendo che è di qualità, quando di Barolo o di Brunello se ne producono 15 milioni!”.