L’AQUILA – Ci vuole un piano strategico per ricostruire Villa Sant’Angelo (L’Aquila). Lo ripete ossessivamente il primo cittadino, Pierluigi Biondi, come se fosse l’unica strada da percorrere per il futuro, e probabilmente ha ragione.
LA GALLERIA/VILLA SANT’ANGELO, PAESE DISTRUTTO
Piano strategico, piano urbanistico, linee guida. Sono spesso definizioni che poi in concreto si svuotano di significato, ma quello che serve a questo piccolo centro, che ha avuto 17 morti su 450 abitanti, ha 40 mila metri cubi di macerie tra i vicoli ed è stato ricostruito ex novo su una collinetta, quello di cui ha davvero bisogno per ripartire, è un criterio.
Proprio per questo, il sindaco ha convocato due importanti architetti italiani, Livio Sacchi e Saverio Isola (nella foto la prima riunione strategica), che hanno risposto all’appello. Con l’intento di varare sulla carta prima, e per le strade poi, la ricostruzione di Villa.
UNA TASK FORCE PER TROVARE L’IDEA
“Non è sufficiente ristrutturare gli edifici – ammonisce il primo cittadino – Bisogna riprogettare integralmente il Comune, inquadrandolo nel territorio più ampio nel quale insiste, focalizzando l’attenzione sugli elementi di forza che possono dare in futuro opportunità e poi fare un grande ripensamento urbanistico e socioeconomico di tutto il patrimonio edilizio, che ormai è quasi inesistente dopo il terremoto”.
Di qui l’idea della task force per la ricostruzione con i due architetti. Le case distrutte che dovranno essere recuperate sono risorse. Pezzi di uno scacchiere da comporre inizialmente a tavolino, per poi passare alle ruspe e al cemento. “L’impostazione del paese così com’era prima – sottolinea Biondi – e con quelle destinazioni d’uso, ha portato gli edifici a uno stato di fatiscenza causato dall’abbandono. Dobbiamo capire come valorizzare questo patrimonio, ridestinandolo ad attività commerciali o artigianali, inventando nuove forme di utilizzo del territorio”.
“Ho visto tante macerie, sicuramente – commenta l’architetto Isola, dopo aver completato il giro della ‘zona rossa’ – ma ho visto anche molta storia. Una storia stratificata, e che ha avuto questa drammatica interruzione. Accogliamo volentieri questo stimolo dato dal sindaco per ripensare non i singoli ‘spot’ del Comune, ma avere un discorso molto più allargato, ai luoghi ma anche alle persone”.
Anche il collega Sacchi intravvede il buono dell’idea, pur non ignorando la difficoltà che la sua realizzazione comporterà. “Ho molta fiducia nel sindaco – commenta – ma la strada mi sembra in salita. C’è un problema molto grosso di collaborazione tra pubblico e privato, perché non tutto potrà essere fatto dalla mano pubblica e ci vorrà una forte disponibilità da parte dei privati a interagire con le direttive di piano che potranno emergere. Sarà importante innescare un meccanismo positivo: non un piano che piove dall’alto, ma che accoglie le sollecitazioni dai fruitori”.
IL PIANO: UN MODELLO 3D PER COINVOLGERE I CITTADINI
Il primo passo, non si discute, è buttar giù le linee guida per un piano strategico, “prima ancora che un piano urbanistico”, specifica Isola.
Dopodiché, per non far restare la ricostruzione un qualcosa di astratto, cartaceo e lontano dalla coscienza collettiva di chi dovrebbe usufruirne alla fine, gli abitanti di Villa, ci si dovrà appellare alle nuove tecnologie: modellazione in tre dimensioni e Internet.
In questo senso, Sacchi propone “la realizzazione di un modello molto dettagliato, tridimensionale, interattivo, che possa contenere una fotografia dello stato dei luoghi a oggi, e però che possa anche essere aggiornato e implementato con le diverse operazioni di restauro, recupero, manutenzione e riedificazione che verranno fatte”.
“Un meccanismo molto utile – spiega ancora – anche ai fini della comunicazione di ciò che si fa. Se chi risiede all’estero potesse capire online quali linee guida che muoveranno la ricostruzione, può far risparmiare moltissimo tempo e innescare meccanismi virtuosi”.
Sui meccanismi virtuosi di coinvolgimento dei cittadini punta forte anche l’architetto Isola. “Riteniamo assolutamente necessario – afferma – che ci sia un colloquio continuo con chi i luoghi li ha vissuti, li conosce e dei quali ha memoria. Le macerie stesse sono memoria: portano all’interno frammenti di storia e di storie. Tutto questo, assieme messo al nostro contributo progettuale, potrà diventare un modello unico nel suo genere”.
Un modello che, per superare l’impasse causato dalla scossa del 6 aprile 2009, dovrà inevitabilmente scavalcare, integrandolo, il modello di “albergo diffuso” dentro il borgo restaurato che ha fatto le fortune di Santo Stefano di Sessanio.
“Non tutti i borghi storici con il problema di perdite demografiche – ammonisce l’architetto Sacchi – possono pensare di risolvere i propri problemi trasformandosi in strutture turistiche. È un modello a cui tutti guardano, ma forse proprio per questo bisogna cominciare a trovare alternative. Il turismo è un pezzo grosso di futuro, ma non può essere tutto”.



