L’AQUILA – Subito nervi tesi in tribunale a Rieti per la prima udienza dibattimentale del processo a carico dell’ex rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, accusato di abuso d’ufficio aggravato assieme all’ex sindaco di Antrodoco (Chieti), Maurizio Faina, terzo processo in pochi mesi in cui incappato colui che per 9 anni ha guidato l’Ateneo aquilano.

I due sono accusati di essersi procurati “un ingiusto profitto” con le loro condotte messe in atto “nello svolgimento delle funzioni e del servizio” in violazione di una serie di normative.

In particolare viene contestata la vendita al rettore da parte del Comune reatino di un campo di calcio al costo di 15 mila euro (3,40 euro al metro quadrato) per costruire un’abitazione prefabbricata in seguito alla perdita della casa per il terremoto.

E proprio sulle motivazioni della vendita di quel terreno, nel corso dell’udienza, dedicata in principio alle questioni preliminari, c’è stato lo scontro in aula tra uno degli avvocati difensori di Di Orio, Giovanni Marcangeli, e il legale di parte civile dell’associazione Comitato professori Univaq, Felice Cantaro.

Quest’ultimo ha infatti chiesto di depositare un documento di 200 pagine all’interno del quale sono presenti le visure delle proprietà immobiliari di Di Orio.

Cantaro vuole infatti dimostrare che non è vero che all’epoca dei fatti Di Orio fosse un “terremotato senza casa” com’è stato descritto dalla difesa: dalle visure emerge, infatti, che all’epoca assieme alla coniuge, Anna Maggi, estranea all’inchiesta, fosse proprietario di una decina di case tra cui quelle in Marsica ad Avezzano e Magliano, e per raggiungerle ci voleva meno tempo che per arrivare ad Antrodoco.

Marcangeli si è opposto all’ammissione delle visure camerali, affermando che esulano dall’oggetto del processo. Cantaro ha ribattuto affermando che la definizione di “povero terremotato” per Di Orio “è un oltraggio ai terremotati veri che hanno perso tutto”.

Alla fine il collegio giudicante ha deciso di ammettere le visure.

Tra le altre accuse a Di Orio e Faina, l’accordo di programma con cui veniva concordato il trasferimento ad Antrodoco, nei locali di Villa Mentuccia, della sede della Fondazione, della casa editrice di Ateneo e di alcuni master e corsi.

E ancora, la convenzione tra Ateneo e la società che gestiva una struttura termale Antrodoco Terme Srl “per le esigenze della facoltà di Medicina in ambito didattico, scientifico e assistenziale con la falsa prospettazione della gestione di una Rsa accreditata con il sistema sanitario nazionale”.

Tra le altre questioni preliminari affrontate nella prima udienza, come già avvenuto in udienza preliminare i legali dell’ex rettore hanno sollevato l’incompetenza territoriale del tribunale di Rieti, affermando che l’atto del passaggio della proprietà venne stipulato dal notaio aquilano Battaglia e che, quindi, sarebbe competente il tribunale dell’Aquila.

Ancora, Marcangeli ha reiterato la richiesta di esclusione della parte civile del Comitato professori. Ma entrambe queste istanze sono state respinte dopo la riunione in camera di Consiglio.

Il pubblico ministero Cristina Cambi ha poi prodotto l’elenco dei testi dell’accusa, quindi sarà la volta di quelli di parte civile.

L’udienza è stata rinviata al 6 ottobre, quando saranno sentiti i primi 5 testimoni dell’accusa a partire dal grande picconatore e accusatore di Di Orio, il professor Sergio Tiberti.

Oltre che da Marcangeli Di Orio è assistito dall’avvocato Antonio Milo. Faina è difeso dall’avvocato Antonio Perelli, che è anche presidente provinciale del Nuovo centro destra.

Si tratta del terzo processo in corso a carico di Di Orio: gli altri sono in svolgimento uno all’Aquila, con 2 ulteriori imputati, sempre per abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta sul maxi affitto del capannone ex Optimes per ricollocare la facoltà di Ingegneria dopo il terremoto del 6 aprile 2009.

L’altro a Roma, per concussione nei confronti del docente Tiberti, con il quale in passato aveva buoni rapporti. (b.s.)