L’AQUILA – Il rettore uscente dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, è pronto all’ennesimo cambio di casacca politica.

Negli ultimi tempi, infatti, non è passato inosservato l’attivismo del capo dell’Ateneo del capoluogo, pronto a lasciare dopo nove anni di regno incontrastato, dalle parti dell’Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo con interventi a convegni e sul sito ufficiale del movimento.

Sembra che il “gancio” tra Di Orio e il presidente della Ferrari sia un ex socialista campano, ora nei ranghi della formazione centrista che alle scorse elezioni si è alleata con l’ex premier Mario Monti.

Giunto agli sgoccioli del suo mandato, visto che il 1° ottobre dovrà lasciare la poltrona a Paola Inverardi, uscita due mesi fa vincitrice dal testa a testa con l’altra candidata alla carica di rettore, Maria Grazia Cifone, fedelissima dell’uscente, Di Orio appare in cerca di una ricollocazione tra mondo accademico e partiti.

Un rapporto, quello tra università e politica, che lo ha visto spesso protagonista: a partire dalla sua militanza nel sindacato Cisl che lo avvicinò alla corrente “progressista” della Dc e di lì ai Cristiano sociali che confluirono nel Pds, partito di cui è stato senatore per due legislature e presidente del Consiglio comunale dell’Aquila.

Quindi lo “sbandamento a sinistra” con l’appello al voto, nel 2008, in favore dell’Arcobaleno, il cartello elettorale formato da Sinistra democratica, Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, insieme ad altri 450 tra intellettuali, docenti, artisti e uomini di cultura.

In seguito l’appoggio convinto all’Italia dei valori e il lavoro sottotraccia per conseguire l’obiettivo, poi fallito, di spuntare un posto al sole nelle liste dipietriste per rientrare di nuovo in parlamento.

Una girandola che oggi lo vede tornare alle origini moderate di un tempo.

A un incontro di metà luglio di Italia Futura, Di Orio è stato invitato a parlare di “Autonomia e responsabilità contro centralismo e burocratizzazione”.

Nel suo discorso, riportato integralmente sul sito di If, ha puntato l’indice sulla valutazione degli atenei italiani, che non deve “essere drammaticamente imbrigliata nella ‘gabbia’ della burocratizzazione” ma deve essere “pensata e praticata, per la ricerca come per la didattica, più sui risultati che sui processi, più sulle verifiche che sui controlli, più sulla responsabilizzazione che sulla penalizzazione”, forse memore della stroncatura dell’Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della Ricerca (Anvur), che ha piazzato l’Univaq all’ultimo posto insieme alla Carlo Bo di Urbino quanto a capacità di innovazione.

Alla manifestazione, tra l’altro, è stato presentato come rettore in carica, indicazione tecnicamente ineccepibile, ma viziata dal fatto che è in una sorta di regime di “prorogatio”, al termine di una gestione durata quasi un decennio e vissuta tra le polemiche e i veleni.

Un governo accademico caratterizzata da due contestati bis, consentiti dalla legge Gelmini di riforma del sistema universitario, e da pesanti strascichi giudiziari.
 
Di Orio, infatti, dovrà subire tre processi nel prossimo mese di ottobre. È imputato a Roma per concussione e all’Aquila per diffamazione aggravata, entrambi i filoni nati da esposti del suo grande nemico, il professore universitario Sergio Tiberti.
 
Inoltre, sempre all’Aquila Di Orio è sotto processo per abuso d’ufficio (assieme ad altri due imputati) nell’ambito dell’inchiesta sui maxi affitti dei capannoni ex Optimes in cui sono state ricollocare le facoltà universitarie che hanno avuto le loro sedi danneggiate dal sisma del 6 aprile 2009. Pierluigi Biondi