L’AQUILA – È il giorno della sentenza al tribunale di Roma nell’ambito del processo che vede l’ex rettore dell’università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio imputato per concussione nei confronti del professore dello stesso Ateneo Sergio Tiberti, che insieme ad altri colleghi è tra i maggiori critici di Di Orio, contro il quale ha in corso numerosi contenziosi giudiziari.

Il verdetto era previsto al termine dell’udienza dello scorso 18 dicembre, ma il collegio presieduto da Zaira Secchi, con Laura Fortuni e Claudia Lucilla Nicchi a latere, ha inteso fare altri approfondimenti prima di pronunciare la sentenza.

Infatti, dopo pochi minuti di camera di Consiglio i magistrati hanno annunciato il rinvio che, da quanto si è appreso da fonti legali, è di natura tecnica e nascerebbe anche dall’unanimità non raggiunta dal collegio giudicante.

Stavolta l’udienza si aprirà direttamente con la camera di Consiglio e l’esito si saprà sicuramente in giornata.

Nell’udienza del 12 novembre 2015 il pubblico ministero Stefano Rocco Fava aveva chiesto 6 anni di carcere, oltre alla confisca di alcuni alloggi di proprietà dell’ex senatore ad Avezzano (L’Aquila), avente pari valore rispetto alle somme ritenute dall’accusa illecitamente percepite, e considerato anche un minimo di rivalutazione.

Richieste giunte dal rappresentante dell’accusa dopo aver lungamente studiato il caso, tanto che ha presentato anche una propria requisitoria scritta.

Nella sua arringa difensiva nell’ultima udienza, l’avvocato di Di Orio, Guido Calvi, ha parlato poco del merito del processo e molto di temi accessori.

Tra le sue recriminazioni, il legale (coadiuvato da Mauro Catenacci) ha fatto notare come, a suo dire, Tiberti fosse “troppo più potente di Di Orio, come mai avrebbe potuto fare, l’ex rettore, a minacciarlo chiedendogli dei soldi?”.

Un Di Orio, ex senatore dei Democratici di sinistra per due legislature, che Calvi ha presentato come “un uomo che ha dedicato la sua vita solo alla scienza”.

Tra le altre curiosità, il difensore ha citato più volte la sua esperienza al Consiglio superiore della magistratura, di cui è stato membro non togato in quota Partito democratico dal 2010 al 2014.

“Oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale” è la quantificazione della concussione fatta da Tiberti, difeso dall’avvocato Giorgio Tamburrini, nella sua denuncia del 13 settembre 2009, in cui spiegava di aver detto basta nel 2006 alle dazioni che gli venivano richieste dall’ex rettore, tra le quali anche un’automobile per la figlia e abiti sartoriali di lusso.

Regalie estorte, secondo l’accusa, sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la carriera accademica e professionale del docente di Igiene dell’allora facoltà di Medicina, con il quale aveva avuto in passato buoni rapporti.

L’epilogo del procedimento arriva dopo lunghe indagini, il trasferimento del processo dall’Aquila a Roma e dopo molte udienze nelle quali i testimoni hanno confermato la tesi accusatorie.