CIVITELLA DEL TRONTO – Il presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Nazario Pagano, ha aperto con le note dell’inno di Mameli la seduta solenne del Consiglio regionale che si tiene a Civitella del Tronto per celebrare l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Presidenti in aula sindaci, i presidenti delle quattro province abruzzesi e le autorità militari regionali.
L’assemblea ha osservato, inoltre, un minuto di silenzio per esprimere cordoglio alle vittime del terremoto giapponese.
“La scelta di celebrare il Consiglio regionale, in seduta solenne dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia, a Civitella del Tronto non è marginale – ha detto il presidente Pagano – Dal punto di vista storico, questa Fortezza rappresenta l’ultimo baluardo borbonico di fronte all’avanzata dell’esercito piemontese: Civitella infatti cadde solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo che fu sancita l’Unita’ d’Italia”.
“Questa battaglia – ha concluso – rimane dunque l’ultimo tassello di quel grande processo di unificazione che ha vissuto la nostra Nazione”.
CIVITELLA DEL TRONTO – L’Italia ha dimostrato di essere unita in occasione del terremoto dell’Aquila il 6 aprile 2009. Ad affermarlo è stato il presidente della Regione, Gianni Chiodi, nel corso del suo intervento durante la seduta del Consiglio regionale solenne a Civitella del Tronto (Teramo) in occaione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.
“Noi – ha dichiarato Chiodi – in Abruzzo, al di là delle disquisizioni meramente filosofiche, abbiamo avuto una grande testimonianza dell’Italia ‘una e indivisibile’ perché, in occasione del terremoto dell’Aquila di due anni fa, unico è stato il cuore e indivisibile la solidarietà dell’Italia intera. Il Paese si è stretto a noi, ha sofferto con noi, ha mostrato un altruismo ed un senso di fratellanza e comunità davvero encomiabili.
IL DISCORSO INTEGRALE DEL PRESIDENTE CHIODI
Siamo qui, a Civitella del Tronto, con la sua splendida fortezza preziosa testimone della storia unitaria del nostro Paese, per dare come Regione Abruzzo il nostro contributo di idee e di riflessioni su una ricorrenza importante quanto doverosa. L’Unità d’Italia credo vada ricordata innanzitutto senza retorica, senza false enfasi o eccessivi spunti polemici, vissuta comunque come evento miliare nella storia individuale di un popolo e politica di un territorio. In un’epoca, quella risorgimentale, caratterizzata da nuovi humus culturali e da profonde spinte nazionaliste, l’Italia non poteva rimanere fuori dal progetto evolutivo degli Stati europei. In presenza di illustri storici, qui riuniti in occasione di questa seduta solenne dell’Assemblea regionale, non spetta certo a me ripercorre le tappe che hanno preceduto la nostra unificazione.
Di certo, giungeva in un momento che, temporalmente trasposto, può essere paragonato a quello attuale della globalizzazione. Almeno quanto a desiderio di spingersi oltre, di aprirsi all’altro, di cercare nuove opportunità di lavoro e di vita. Anche se poi furono i regnanti del tempo, attraverso giochi di potere, a decidere i confini di uno dei più giovani Stati nazione. In questi 150 anni, l’Italia ha affrontato periodi esaltanti, di intensa aggregazione umana e sociale, e periodi di profonda crisi, di dolore e sofferenza.
Ma mai è mancato quello spirito di solidale condivisione proprio di un popolo unito, tale non perché lo aveva detto Mazzini o Garibaldi o Cavour, o perché sancito da trattati internazionali, ma in virtù di un convinto comune sentire. C’è chi ha visto in questi 150 anni di Italia, e non più di regni, ducati e granducati, una fragilità di fondo che credo invece di poter escludere. Anche se spetterà alla storia ufficiale confermare la forza identitaria di quegli uomini e quelle donne che seppero lottare ed anche morire per affermare un’idea.
Una forza identitaria alimentata da secoli di profonde radici culturali, religiose, linguistiche. Due gli eventi pregnanti che hanno segnato questo secolo e mezzo di storia dell’Italia unita: la proclamazione del nuovo status politico quel 17 marzo 1861; l’avvento della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente 85 anni dopo. Nella carta adottata il 22 dicembre 1947, i padri costituenti usarono l’espressione ‘una e indivisibile’.
Una formula rituale o di convenzione? Un semplice auspicio per il futuro del Paese? Un’esortazione politica e morale? Di certo nei padri costituenti c’era la consapevolezza che l’Italia era ‘una ed indivisibile’ perché come membra di un corpo solo aveva affrontato prove durissime e così sarebbe stata chiamata a superarne altre ancor più difficili. Al di là di giudizi sommari, pregiudiziali o di parte, sul processo di unificazione, l’Italia sistema, l’Italia Paese, non si è mai omologata, mai appiattita. Ha sempre rispettato le singole particolarità territoriali, esaltandole e valorizzandole. Oggi c’è un grande dibattito sull’opportunità di celebrare la ricorrenza.
Ma indubbiamente c’è una grande voglia di ritrovarci insieme sotto il vessillo del tricolore. Anche chi non riconosce i suoi valori politici, di certo non potrà negare quanto quella bandiera unisca, nelle cerimonie sportive, come in quelle commemorative, o in quelle istituzionali.
Noi in Abruzzo, al di là delle disquisizioni meramente filosofiche, abbiamo avuto una grande testimonianza dell’Italia ‘una e indivisibile’ perché, in occasione del terremoto dell’Aquila di due anni fa, unico è stato il cuore e indivisibile la solidarietà dell’Italia intera. Il Paese si è stretto a noi, ha sofferto con noi, ha mostrato un altruismo ed un senso di fratellanza e comunità davvero encomiabili.
Il nostro dolore, pur immenso, ci è parso più sopportabile perché tanti fratelli italiani stavano pensando a noi e, con più razionalità perché non direttamente coinvolti, gestendo per noi la tragedia. Dal Trentino alla Sicilia, dal Veneto alle Marche c’è stata un’impressionante gara di solidarietà che ha mostrato in tutta la sua passione un popolo di volontari, di associazioni, di persone dedite agli altri. Abbiamo scoperto e capito, in quella occasione, che essere Stato, essere nazione, era tutt’altro che una vuota affermazione concettuale. In questo importante anniversario, il Paese deve avere un ulteriore scatto di reni, ridando attualità a quella identità nazionale che l’europeismo ha un po’ affievolito.
Oggi, al di là di meriti e demeriti dei singoli statisti, validità o meno di strategie politiche, è necessario pensare un nuovo modello di Italia. Un modello innovativo che coraggiosamente si apra e governi (non subisca) il futuro, in libertà, democrazia, giustizia, partecipazione. Signori, possiamo anche dire che l’Italia è una bella Italia. Ma non c’è dubbio che per trasmettere quell’amore, quell’attaccamento alla propria terra alle giovani generazioni, è necessario impegnarci per costruire un domani migliore. Dobbiamo in primis garantire ai nostri figli un’istruzione adeguata, percorsi formativi all’altezza, un lavoro stabile e duraturo che consenta anche di fare progetti di vita, progressi di carriera solo a valere sulle capacità, sul talento e sul merito.
Ed è partendo dai giovani che l’Italia del futuro deve avere una precisa mission: con acume e lungimiranza deve creare le basi per un patto nazionale e federale in grado di preparare alle prossime sfide. Lo stesso desiderio delle autonomie locali di governarsi autonomamente non va interpretato come un freno. Bensì come aspirazione ad un nuovo modus di amministrare la cosa pubblica che, se debitamente assecondata, potrà solo contribuire a rilanciare, in Europa, un grande progetto unitario d’Italia. Il che significa però colmare, in anticipo, quel gap economico che ancora, purtroppo, drammaticamente, sussiste tra nord e sud.
Ma questo non deve essere un alibi, sciocco e fuorviante, per asserire che l’Italia non è unita. Anzi, la questione meridionale, l”unificazione economica’, dopo quella politica e culturale, deve essere il collante per la collettività tutta. Crescere insieme per crescere tutti e per far sì che il Paese acquisti credibilità, competitività e peso in Europa. Già, l’Europa. Un’altra grande partita per lo Stivale, anche se, come dice l’intellettuale polacco Geremek, citato anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ‘la diversità delle culture nazionali resta la più grande risorsa per l’Europa’. Rafforzare la propria identità nazionale per contribuire al formarsi di una coscienza unitaria europea.
C’è molto da lavorare ed io come vicepresidente dell’Aer (Assemblea delle Regioni d’Europa) ed il presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, come presidente della Calre (Conferenza delle Assemblee legislative regionali europee), c’impegneremo affinchè la nostra Regione, la nostra nazione, possano avere il ruolo decisionale, le chance finanziarie, il prestigio, l’integrazione che meritano.
Dunque, celebriamo il passato dell’Italia ma guardiamo al suo domani e regaliamo un Paese migliore alle generazioni che verranno. E ripartiamo da qui.
Da questa Fortezza, ultimo baluardo borbonico, che lottò strenuamente contro l’esercito piemontese per difendere valori e convinzioni, anche quando la monarchia sabauda aveva già proclamato l’Italia unita. Ed è uniti, intelligentemente, facendo delle nostre differenze la nostra forza che diciamo buon compleanno signora Italia! Auguri a te ed a tutti noi”.
CIVITELLA DEL TRONTO – Si è concluso con un secondo intervento del presidente Nazario Pagano, il Consiglio regionale solenne dedicato all’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
La celebrazione si è svolta nella sala consiliare del Comune di Civitella del Tronto.
“È con grande gioia – ha esordito Pagano – che saluto e ringrazio per aver voluto essere qui oggi, nella sala consiliare del Comune di Civitella del Tronto, e offrire così il loro importante e denso contributo, il professor Raffaele Colapietra e Marcello Veneziani, giornalista e scrittore. Saluto e ringrazio anche il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, le autorità e tutti i presenti per questo Consiglio regionale che è qui riunito in seduta solenne per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia”.
“L’Unità nazionale – ha osservato il presidente – è il valore fondante delle stesse autonomie. La classe dirigente politica di oggi deve riconoscere la lungimiranza degli uomini che realizzarono l’Unità d’Italia. Un’Italia che pur nel riconoscimento delle diverse autonomie e delle tante peculiarità di ciascuna regione, pur nella giusta applicazione del Federalismo, non può e non potrà mai rinnegare la sua unità e la sua unitarietà”.
“La data del 17 marzo, insieme a quelle del 25 aprile e del 2 giugno – ha sottolineato Pagano – per noi cittadini italiani, è dunque una data davvero importante perché segna l’inizio della storia dell’Italia moderna, l’inizio quindi della ‘nostra’ storia di cittadini ‘italiani’, dopo secoli di divisioni e dominazioni straniere”.
“Questo evento – ha concluso – è certo occasione di rafforzamento dell’identità nazionale, valore tra i più alti per la cultura liberale, ma anche occasione per una riflessione critica sui molti nodi del nostro passato, anche più recente, che non sono ancora stati sciolti del tutto e hanno condizionato, non sempre per il meglio, l’evolversi della Repubblica”.
IL TESTO COMPLETO DEL DISCORSO DI PAGANO
È con grande gioia che saluto e ringrazio per aver voluto essere qui oggi, nella sala consiliare del Comune di Civitella del Tronto, e offrire così il loro importante e denso contributo, il professor Raffaele Colapietra e Marcello Veneziani, giornalista e scrittore.
Saluto e ringrazio anche il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, le autorità e tutti i presenti per questo Consiglio regionale che è qui riunito in seduta solenne per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
L’Unità nazionale è il valore fondante delle stesse autonomie. La classe dirigente politica di oggi deve riconoscere la lungimiranza degli uomini che realizzarono l’Unità d’Italia.
Un’Italia che pur nel riconoscimento delle diverse autonomie e delle tante peculiarità di ciascuna regione, pur nella giusta applicazione del Federalismo, non può e non potrà mai rinnegare la sua unità e la sua unitarietà.
La data del 17 marzo, insieme a quelle del 25 aprile e del 2 giugno, per noi cittadini italiani, è dunque una data davvero importante perché segna l’inizio della storia dell’Italia moderna, l’inizio quindi della “nostra” storia di cittadini “italiani”, dopo secoli di divisioni e dominazioni straniere.
Questo evento è certo occasione di rafforzamento dell’identità nazionale, valore tra i più alti per la cultura liberale, ma anche occasione per una riflessione critica sui molti nodi del nostro passato, anche più recente, che non sono ancora stati sciolti del tutto e hanno condizionato, non sempre per il meglio, l’evolversi della Repubblica.
Nella storia dell’Unità d’Italia dobbiamo trovare la spinta e le ragioni profonde che sostanziano il nostro essere e sentirci comunità.
Non solo e non tanto per celebrare il passato, quanto, soprattutto, per superare un presente in cui il senso di unità sembra, da troppi punti di vista, affievolito, sempre più incerto e meno condiviso. La scelta di celebrare il Consiglio regionale, in seduta solenne dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia, a Civitella del Tronto non è marginale: dal punto di vista storico, questa Fortezza rappresenta l’ultimo baluardo borbonico di fronte all’avanzata dell’esercito piemontese.
Civitella, infatti, cadde solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo che fu sancita l’Unità d’Italia. Questa battaglia rimane dunque l’ultimo tassello di quel grande processo di unificazione che ha vissuto la nostra Nazione.
Le vicende del Risorgimento, che hanno visto anche il comune di Civitella del Tronto tra i protagonisti, sono un patrimonio storico prezioso e indispensabile per dare sostanza e comune sentire ai valori dell’appartenenza e dell’identità italiana, principi da cui partire, in questo anno di speranze e di riflessioni profonde, per affrontare a viso aperto le difficili e importanti sfide che ci attendono.
Oggi il senso della nostra identità nazionale sta nell’essere una comunità plurale per cui è necessario riuscire a fare delle diversità una ricchezza e un valore. La costruzione della nostra identità nazionale è in divenire… è un cantiere sempre aperto.
Il presidente Napolitano ci ha spronato a liberarci dai provincialismi in chiave revisionistica del processo unitario, che ne ignorano il respiro e il radicamento nella storia d’Europa, e a recuperare con pienezza la logica unitaria della Costituzione, che non si presta a citazioni frettolose unilaterali, per convenienza o polemica politica.
E poi ci sono le nuove generazioni. Sono i giovani la nostra grande risorsa, il nostro valore. Sono stati proprio i ragazzi e le ragazze di allora a spendersi fino al sacrificio, anche estremo, per fare l’Unità d’Italia.
Mazzini nel 1831 aveva 25 anni, quando fuggì in esilio perché condannato a morte, e poi fondò la Giovine Italia coinvolgendo oltre 50 mila persone. Mentre Goffredo Mameli scrisse l’Inno nazionale a 19 anni.
In questi Centocinquantanni di Unità d’Italia vi è anche un patrimonio importante dato dalle tante personalità che con le loro competenze hanno accompagnato il processo di crescita e maturazione dell’intera società civile.
Per custodire questo patrimonio di valori ed esperienze, le forze politiche devono impegnarsi a realizzare non ciò che è bene per loro, ma ciò che è bene per il Paese. Camminando su questa strada, l’Abruzzo oggi chiede governabilità, sicurezza di prospettive e certezze.
Gli abruzzesi ne hanno pieno diritto. Così come le forze politiche premiate democraticamente dagli elettori hanno il dovere di governare.
Contrasti, inutili conflitti, ostacoli, possono e devono essere rimossi perché rallentano, in un momento così delicato e difficile, la crescita e lo sviluppo della nostra regione. Di fronte a problemi quali l’occupazione, soprattutto dei nostri giovani, la tutela del territorio, così provato da calamità naturali, la scarsità delle risorse economiche e la giusta necessità di un rigoroso controllo dei conti pubblici, abbiamo tutti il dovere di garantire il massimo impegno con uno spirito che sia veramente costruttivo e rinunci a sterili contrapposizioni.
Nostro è il compito di ritrovare quella fiducia, quell’unità e quella coesione, che assicurano la capacità di risolvere i problemi, insieme a progetti che indichino la strada al di la’ di ogni polemica di parte.
L’Italia Unita è stata ed è una risorsa di democrazia e di civiltà per l’Europa intera. Oggi inizia la grande avventura di chi non vuole relegare la Bandiera nel cassetto dei ricordi museali, di chi non vuole scoprire targhe o fare rievocazioni senz’anima ma intende invece riscoprire gli ideali, la forza morale e la progettualità politica che hanno costruito la forza di un Paese, uno e indivisibile, come i nostri padri lo hanno voluto.
Vedete, il tricolore oggi rappresenta il vessillo di un’Italia a volte anche lontana, il legame di appartenenza che unisce molti connazionali oltre confine con la loro terra di origine.
E per questo le celebrazioni di quest’anno hanno un ulteriore valore: unire in un unico abbraccio ogni italiano sparso in ogni parte del mondo, per ritrovare e rinnovare i sentimenti di orgoglio, rispetto ed onore verso il proprio Paese. Viva l’Italia. Viva l’Abruzzo.



