CHIETI – “Il clima che si è creato in questi ultimi mesi di polemica esplosiva all’università “D’Annunzio” non è né accettabile né dignitoso. Non lo è per noi, esposti sulla pubblica piazza al disprezzo di lettori superficiali e non lo è per i nostri colleghi ai quali è impedito di vivere serenamente l’ambiente lavorativo che tutti condividiamo”.
A parlare sono i 19 neopromossi dipendenti dell’ateneo teatino-pescaresi (Giulia Zona, Luana Trave, Lino Di Berardino, Fausta Mantini, Angela Di Fabio, Marino Di Paolo, Lorella Marino, Monica Di Blasio, Tiziana Ferretti, Cristiana Alberigo, Fabio Critani, Paolo Del Duca, Attilio Grilli, Lorella Mercuri, Paola Mucciante, Luigino Di Donato, Sandra Mammarella, Marina Marino e Simone Calci) che in una nota vogliono dare la loro versione su uno degli ultimi scandali che ha travolto l’ateneo, quello delle promozioni fatte attingendo a una graduatoria da alcuni ritenuta scaduta, che ha provocato una diffida da parte del rappresentante del personale nel Senato accademico, un ricorso al Tar e un esposto in procura.
“La progressione verticale riservata al personale tecnico e amministrativo di questo ateneo – dicono i 19 – è avvenuta nel rispetto del dettame del contratto nazionale del lavoro, del Regolamento di ateneo, attraverso una procedura selettiva realizzata mediante corso-concorso e l’utilizzo della relativa graduatoria di merito, i cui atti sono stati approvati il 12-3-2008”.
A supporto dell’efficacia delle graduatorie si citano l’articolo 35 del decreto legislativo 165/2001 e la legge 14/2012.
“Quanto al fatto che il suddetto corso-concorso ai fini di una proroga di validità non può essere considerato come un concorso pubblico – continuano i 19 – la Suprema corte di cassazione a sezioni unite ha chiarito con ordinanza che va considerato concorso pubblico non solo quello aperto a candidati esterni, ma anche quello riservato ai dipendenti ai fini delle progressioni verticali”.
Per i promossi, dunque, ci sono chiari riferimenti normativi che testimoniano la piena legittimità dell’operato del direttore generale della “d’Annunzio” Filippo Del Vecchio.
A dispetto di tutto ciò, lamentano il fatto che hanno visto i loro nomi sui mass media associati “a espressioni diffamatorie e arbitrarie, che feriscono la nostra dignità di lavoratori, lasciando che i lettori ci considerino né più né meno come degli incompetenti, beneficiati solo e soltanto dall’arbitrio del potere”.
Da questo punto di vista i 19 si dicono contenti del ricorso al Tar contro lo scorrimento delle graduatorie, perché sarà questo lo strumento per “fare chiarezza sul merito della questione, ristabilendo al di là delle polemiche la verità giuridica”.





