L’AQUILA – Sono tornati in Italia lo scorso 25 febbraio i giornalisti italiani Andrea Sceresini e Alfredo Bosco, reporter di guerra in Ucraina dove sono stati definiti dal governo di Kyiv come personaggi “non graditi” e sospettati di essere propagandisti filorussi e dunque collaborazionisti del governo invasore russo di Vladimir Putin.
Salvatore Garzillo, collega di Sceresini e Bosco, è stato invece respinto al confine mentre entrava in Ucraina dalla Polonia.
Sceresini e Bosco erano stati bloccati e trattenuti a Kyiv il 6 febbraio, quando il ministero della Difesa dell’Ucraina ha deciso di sospendere i loro accrediti stampa concessi nel 2022. A “consigliare” ai due reporter di lasciare l’Ucraina è stata l’Ambasciata italiana in Ucraina.
In totale, i giornalisti italiani bloccati sarebbero in tutto otto.
Sceresini e Bosco hanno spiegato la decisione di tornare in Italia attraverso una lettera inviata al loro legale, l’avvocato Alessandra Ballerini, che AbruzzoWeb.it riporta integralmente.
Nella missivsa, tra l’altro, i due reporter hanno dichiarato che, come riferito dalla stessa Ambasciata italiana, “le autorità ucraine hanno persino messo il veto sulla nostra partecipazione alla conferenza stampa Meloni-Zelensky”.
In Ucraina, nel corso della guerra in Donbass, morì, ucciso da un colpo di mortaio sparato dall’esercito ucraino secondo la ricostruzione dei giudici italiani, il trentenne giornalista Andrea “Andy” Rocchelli, mentre documentava le condizioni dei civili intrappolati durante il conflitto.
Insieme all’italiano Rocchelli si trovavano l’attivista per i diritti umani e interprete Andrej Nikolaevič Mironov, anch’egli rimasto ucciso nell’attacco, il fotoreporter francese William Roguelon e l’autista locale, rimasti entrambi feriti, oltre un civile di passaggio, illeso.
Nel 2015 un altro giornalista italiano, Franco Fracassi – sempre in Ucraina, a Kyiv, tappa intermedia di un viaggio che l’avrebbe portato a Odessa per ritirare un premio internazionale nel primo anniversario della strage di matrice nazifascista alla Casa dei sindacati, strage su cui lo stesso Fracassi è stato tra i pochi giornalisti a scrivere – fu arrestato appena sbarcato all’aeroporto con l’accusa di essere “nemico del popolo ucraino”.
Rilasciato grazie all’intervento dell’Ambasciata italiana, il giornalista romano scoprì però di essere stato inserito, insieme a sua moglie e a suo figlio che all’epoca aveva tre anni, in una lista nera stilata dall’allora governo filonazista di Kyiv. Soltanto nella settimana prima del suo arresto, in Ucraina furono uccisi quattro giornalisti.
Anche Andrea Rocchelli, così come Mironov, finì per essere schedato in una lista nera, ossia il sito internet Myrotvorets, affiliato al ministero degli Affari interni dell’Ucraina. Sulla foto della scheda di Rocchelli è stata applicata la scritta rossa “Liquidato”; in una nota nota, inoltre, viene dichiarato che Rocchelli stava “cooperando con organizzazioni terroristiche filo-russe” e che aveva violato il confine di stato dell’Ucraina per penetrare nel territorio occupato da “bande terroristiche russe”.
Nella “lista di proscrizione” sono finiti, a loro insaputa, anche il già citato Salvatore Garzillo e Lorenzo Giroffi.
LA LETTERA DI ANDREA SCERESINI E ALFREDO BOSCO
Questo pomeriggio (sabato 25 febbraio, ndr), dopo 19 giorni in attesa di spiegazioni ufficiali che non sono mai arrivate, abbiamo deciso di lasciare l’Ucraina. Era il 6 febbraio quando i nostri accrediti giornalistici sono stati sospesi dal ministero della Difesa di Kyiv. Da allora non abbiamo più potuto svolgere il nostro lavoro di reporter, e per ragioni di sicurezza abbiamo dovuto lasciare il Donbass alla volta di Kyiv.
Abbiamo contattato più volte le autorità ucraine, che sono state sollecitate, oltre che dalla Ambasciata, anche dall’Ordine dei giornalisti, dalla Fnsi e dal nostro avvocato Alessandra Ballerini. Ci era stato detto che avremmo dovuto sottoporci a un interrogatorio da parte dell’Sbu, i servizi di sicurezza di Kyiv. Per 19 giorni, come ci era stato espressamente richiesto, abbiamo atteso con pazienza questa convocazione che tuttavia non c’è mai stata. Nel frattempo le uniche voci che ci sono giunte, e che hanno iniziato a circolare abbondantemente proprio dal 6 febbraio, sono quelle che ci descrivevano come “propagandisti filorussi” e “collaboratori del nemico”. Si tratta di calunnie gravissime e pericolose, specie in zona di guerra.
La nostra colpa – così ci è stato detto dalla Farnesina – sarebbe quella di aver raccontato il conflitto su entrambi i fronti a partire dal 2014, realizzando inchieste e reportage (peraltro non certo in favore dei russi) anche nelle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Tanto sarebbe bastato a renderci automaticamente dei giornalisti “nemici”.
Il 21 febbraio – stando a quanto ci è stato riferito dall’Ambasciata italiana – le autorità ucraine hanno persino messo il veto sulla nostra partecipazione alla conferenza stampa Meloni-Zelensky. Questo nonostante il fatto che l’elenco dei giornalisti che avrebbero potuto prendere parte all’evento fosse stato compilato dai nostri diplomatici, e che non fosse necessario alcun accredito militare. È stato questo episodio, in particolare, a farci capire che la nostra attesa era diventata inutile. Lasciamo l’Ucraina con grande amarezza, dietro consiglio della nostra Ambasciata. Prima e dopo di noi, a loro insaputa, altri giornalisti italiani sono stati inseriti in questa “lista di proscrizione”, a cominciare da Salvatore Garzillo e Lorenzo Giroffi.
Se passerà questa linea – secondo la quale chi ha cercato di lavorare liberamente, senza fare il tifo, ma semplicemente raccontando i fatti, debba essere considerato una minaccia per l’Ucraina – allora il rischio è il livello di libertà di stampa in questo conflitto si abbassi sensibilmente.
Tutti i giornalisti stranieri avranno davanti agli occhi il nostro precedente, e chi probabilmente avrà la meglio – se si procederà in questo senso – saranno i propagandisti e gli uffici stampa. È per evitare questa prospettiva – nella speranza che le autorità ucraine tornassero sui loro passi – che abbiamo deciso di resistere per questi 19 giorni. Oggi, alla luce di ciò che è successo, restare non avrebbe più senso. Speriamo che tutto ciò sia comunque servito a lanciare un messaggio forte, contro ogni censura e contro ogni bavaglio.





