L’AQUILA – “Custodia di me”, raccolta di poesie di Francesco Rivera, è un delicato percorso all’interno dell’animo umano che il poeta ci regala, attraverso sofisticate immagini intrise di forte sensibilità.
Uno stile che potremmo definire quasi stilnovista, caratterizzato da minuziose scelte retoriche che rendono questa raccolta un prezioso gioiello letterario.
Il tema attorno al quale ruotano questi carmi è la “custodia di sé”, o meglio il fil rouge che li rende un unico corpus è la domanda cosa bisogna custodire di se stessi? Come custodirlo?
La risposta si trova in ogni verso, nelle intense figure che il poeta sceglie per rappresentare la vita e l’anima, il mare, “nella sua onda muta”, i fiori, o ancor più l’immagine del fiorire, del dischiudersi dei germogli, le “eterne consolazioni dei lillà”, un forte rimando eliotiano.
O ancora le ombre, rappresentazione degli enigmi della vita, e un sole personificato, come un santo che umano affronta il suo martirio.
Molto particolare anche la rappresentazione della morte, il volto oscuro di un Signore che è invece datore di vita e speranza; lo scontro tra la vita è la morte è reso con delicatezza, non sembra una battaglia ma una danza, un sinuoso flettersi e avvolgersi tra loro, un permearsi a vicenda che si conclude in un tacito patto.
“e qui siam noi con tanta prole e nipoti
vinceremo anche la vecchiaia
con quell’unico punto di saggezza
che s’accompagna al mare scapestrato
i polsi mai tagliati, le vene
deliziosamente al loro posto
fin quando morte Dio non piacerà gioire
qui forte a Dio morte non sa gioire
la morte stanca della nostra razza
la morte che a Dio non piace gioisca altrove”.
Dai suoi versi si evince una figura di Dio potente, ma al tempo stesso umana, che proprio dalle forme più pure di umanità scaturisce.
Da una bambina ad esempio, Vittoria, nipotina del poeta:
“e la carezza Dio, Dio veloce,
Dio mio, cuore che mi hai dato Dio,
mente del mio Dio, felicità della mente,
effluvio di morte apparente
costanza di vita nella
felicità di
Vittoria, e Dio
Sa perché, Dio
È riuscito
A battere il nulla,
a comprimere il nulla,
a
borbottare
nel nulla”.
Anche graficamente Rivera riesce a rendere l’esito di questa conquista del nulla da parte di Dio: i versi si restringono fino a diventare di tre, due parole, fino a diventare un’unica preposizione, una lettera, “a”, come un pugno che si serra e confina in sé il nulla, soffocandolo.
Le scelte lessicali di Francesco Rivera sono una delle caratteristiche salienti della sua poetica, dalle quali la sua stessa efficacia lirica non può prescindere: recupera parole dal senso arcaico e attuale al tempo stesso, riesce a rendere l’ineffabile in articolati e maestosi dipinti, come fosse un moderno Dante.
Nelle sue parole si specchiano secoli di poesia e arte letteraria, una maestosa eredità italiana che raffiora nelle sue parole costringendoci a un esame di coscienza, a ritornare a considerare “lo bello parlare”, che con il passare del tempo si sta sempre più perdendo nell’eloquio quotidiano.
Eppure a tratti, nei versi di Rivera, affiorano parole di uso comune, nomi di autori moderni, pittori o filosofi, ed è come uno scuotimento, come sfiorare con le dita figure in rilievo che emergono dall’elegante superficie apparentemente piana di un quadro.
E in ultimo, come non citare l’importanza del colore nella poesia dell’autore: i suoi “dipinti” sono estremamente policromi, ricchi di “verde, nelle/sue varie tonalità. Lo accostiamo a/intensi rossi e a marroni e a gialli/ infine il blu-prussia dà la sterzata/magnifica per competerci dentro”.
O ancora:
“Qui, in questa umana risultanza,
Dio mi piace e mi onora
E ha il tempo di dedicarsi
Alla mia scarlatta temporaneità”.
Una temporaneità scarlatta quella di cui parla Rivera, e la scelta del colore non è affatto casuale. Scarlatto è il colore della passione, dei sentimenti più forti che si possono provare, amore e dolore.
E forse le pareti di velluto dell’anima, o di una sua immaginaria custodia fisica, hanno proprio questo nobile colore, rosso scarlatto.





