L’AQUILA – Un sindaco del “cratere” in missione negli States che trova non solo fondi preziosi per la ricostruzione raccolti all’interno della comunità italiana, ma anche persone alla mano e comprensive.

Questa l’avventura di Pierluigi Biondi, primo cittadino di Villa Sant’Angelo (L’Aquila), cui abbiamo chiesto e riportiamo volentieri una testimonianza al termine della visita negli Usa.

È proprio il caso di dire che chi trova un amico trova un tesoro. (red)

di Pierluigi Biondi

La prima cosa che ti colpisce, quando arrivi in una comunità di italiani all’estero, è che i nostri connazionali oltre confine sono molto più legati al Belpaese di quanto non lo siano quelli che ci vivono.

Ne ho avuto la dimostrazione nel corso della mia recente visita in New Jersey, dove sono andato a raccogliere i frutti di un’immensa gara di solidarietà in favore della popolazione del mio paese, Villa Sant’Angelo (L’Aquila), duramente colpito dal sisma.

L’altra cosa che ti impressiona, proprio in riferimento agli eventi del 6 aprile 2009, è che loro non hanno aspettato la ricorrenza dei due anni per tornare a parlare di terremoto, anzi: non hanno mai smesso. Non hanno mai dimenticato, così come è successo a molti, a troppi.

E poi, ti stupisci ancora di più perché non fanno cenno ad alcuna polemica che ha occupato le pagine dei giornali nazionali. Non ti chiedono di cricche e costi gonfiati, non ti parlano né di ricostruzione ferma al palo né di “miracolo italiano” fatto di villette e giardini.

Non si perdono in chiacchiere su Berlusconi o Bersani. Sulla destra o sulla sinistra. Semplicemente vogliono sapere come sta la nostra gente, quali sono le sensazioni più intime, quelle non urlate, quelle espresse solo con gli occhi e non con i comunicati stampa. Ti chiedono, in definitiva, “solo” di cosa abbiamo ancora bisogno.

In una parola: ti fanno sentire a casa. Non è retorica. Quando uno ti viene a prendere all’aeroporto, ti porta in giro per New York, ti invita a pranzo e a cena, ti paga da dormire, ti presenta ai suoi amici, ti fa vedere il posto dove lavora e dove si è faticosamente guadagnato una posizione, cos’altro è se non farti entrare nella sua famiglia?

Alcuni li avevo già conosciuti a Villa, tanti li ho incontrati lì: Sarah, Graziella, Carla, Giulio, Marco, Joe, Dino, Jack, Fred, Stefano, Paolo, Frank e decine di altri. Il senatore Robert Gordon, il console Andrea Barbaria, la redazione di America Oggi e Radio Icn.

Sembrava che per loro, in quei giorni, non esistesse altro che l’impegno per raccogliere fino all’ultimo dollaro utile a contribuire alla realizzazione del nuovo centro aggregativo, quello per cui già gli italo-venezuelani hanno versato nel conto del Comune quasi 103 mila euro.

Sono tornato contento, soddisfatto, appagato. Non tanto per i fondi messi a disposizione, alcune centinaia di migliaia di dollari, che pure sono importanti, fondamentali.

Quanto, piuttosto, per aver toccato con mano che feste come quella per i 150 anni dell’Unità d’Italia, non sono cerimonie vuote di senso. Che la Patria è un concetto molto più ampio di un confine geografico: è un destino comune, è una sfida quotidiana, dove chi ha di più aiuta chi ha bisogno e dove si piange e si festeggia insieme.

Sono contento, soprattutto, perché, con questi amici, le cose, alla fine, devono per forza andar bene. Sennò il destino, che alla fine deve per forza pareggiare le cose (e noi siamo decisamente in debito), non avrebbe fatto incontrare le nostre strade.