L’AQUILA – Il primo a entrare a Onna. Nel cuore della tragedia, dove il dramma è stato amplificato non soltanto dal tipo di terreno, che ha contribuito a rendere l’energia del sisma ancor più devastante, ma dallo scenario infernale di un paese raso al suolo in quasi tutta la sua interezza.

Oggi, a poche centinaia di metri dalle macerie e del nuovo centro civico donato dalla Germania, il villaggio di casette in legno testimonia la volontà e la tenacia di una comunità che ha saputo imporsi per non disgregarsi. 

Quel lunedì mattina il funzionario dei Vigili del fuoco Nazareno Feliciani fu il primo, a capo di 18 uomini delle sezioni operative, a mettere piede tra i soccorritori in uno dei luoghi divenuti simbolo della tragedia, dove di tanto in tanto torna ancora oggi per vedere come stanno le cose e per vedere quali passi avanti si stanno compiendo per la completa rinascita.

“Ma sembra tutto fermo a tre anni fa. Le macerie sono ancora lì dove le abbiamo lasciate”, sospira.

“Arrivammo mentre albeggiava – ricorda – ma ci rendemmo subito conto che non si poteva procedere con i mezzi perché subito dopo il passaggio a livello c’era un cumulo di macerie che impediva l’accesso”.

L’unica strada per entrare nel girone dantesco che la natura aveva portato sulla terra era la via intitolata ai martiri trucidati dalle truppe naziste durante la seconda guerra mondiale.

“Conoscevo il paese solo di nome – prosegue il racconto – perché i miei genitori sono di Marana (a pochi chilometri dall’Aquila, ndr) ma non sapevo come si estendeva fisicamente sul suolo. Una volta lì organizzammo piccole squadre formate da tre vigili e da cittadini che volevano aiutare a scavare tra le macerie. Siamo rimasti fino a quando non abbiamo trovato l’ultima persona dispersa, prima di andare a operare in città, dove abbiamo recuperato l’ultima vittima in via XX settembre”.

Furono 40 le vittime totali su una popolazione di poco più di 300 abitanti: “All’inizio – ammette Feliciani – pensavo potessero essere anche di più. Ci dissero che i dispersi erano una quarantina ma intorno a me vedevo solo circa 80 persone. Il timore era che tutti gli altri fossero sotto le macerie. In ogni caso a Onna c’è stato il più alto numero di vittime se rapportato alla popolazione residente, e circa il 70 per cento del patrimonio edilizio è andato distrutto”.

Una situazione inedita per uno che fa un lavoro dove intervenire per una tragedia è una vocazione, ancor prima che una missione: “Non ho mai visto nulla di simile in 24 anni di servizio – assicura – Facendo il mio lavoro ci si può confrontare con tragedie che coinvolgono tante persone, e sono stato sul campo nel terremoto in Umbria del 1997, ma all’epoca mi occupai di messa in sicurezza delle strutture. Non scavai tra le macerie. Così come nel 2002 ho prestato servizio per il terremoto sull’Etna che, fortunatamente, non provocò alcuna vittima”.

Da quel 6 aprile è iniziato un periodo che ha accomunato il funzionario dei Vigili del fuoco a molti altri colleghi, operatori delle forze dell’ordine e militari e centinaia di volontari: un processo di acquisizione forzata di una seconda cittadinanza che lo ha portato a conoscere e riconoscere una comunità che, poco alla volta ha provato e prova ancora oggi a tirarsi in piedi.

“Alla fine – sorride – mi sentivo un compaesano a Onna: conosco tutti, anche se magari non ricordo i nomi, e ogni volta che vado vengo salutato da tutti gli abitanti.  Torno spesso, l’ultima volta è stato circa un mese fa.  Ma mi sembra ogni volta che nulla si muova e ogni volta è una profonda fitta al cuore”.