L’AQUILA – Parlano le donne. Altri volti, altre storie, altre vite di aquilane di nascita e di adozione, di andata e di ritorno, ascoltate da AbruzzoWeb.
Sette ritratti di donne di tutte le età, lavoratrici e studentesse, mamme e mogli, che a quasi quattro anni dal terremoto che ha sconvolto il capoluogo ci raccontano quello che pensano, quello che sperano, quello che temono.
“RICOSTRUIAMO IL TESSUTO SOCIALE PARTENDO DAI VERI LUOGHI DI INCONTRO”

Simona Giannangeli, avvocato, attiva presso il Centro anti violenza per le donne.
Sono rimasta all’Aquila fondamentalmente perché ci sono i miei genitori. Non ho deciso di restare ma ho deciso di non andarmene, sentivo di voler rimanere perché si stava consumando una storia, quella di tutte le scelte che definisco “scellerate”. Non volevo lasciare un territorio né essere solo testimone di quello che stava accadendo; intendevo dare un contributo concreto alla collettività col mio lavoro.
Purtroppo è cambiato che 309 persone non ci sono più, è stata una gravissima perdita collettiva, e anche gli odori, i suoni di una “prima vita” non ci sono più. Io ora sto vivendo una “seconda vita” consapevole che non ci sarà possibilità di tornare a quella di prima.
Di negativo ho imparato, o meglio, ho avuto l’esatta riconferma che dove la mano dell’uomo poggia su questa terra, accade qualcosa di male. Di positivo non credo di aver imparato nulla perché sono ancora molto arrabbiata, però posso dire di aver riscoperto cos’è la “resistenza”, l’insistenza.
Credo che sia mancato del tutto l’ascolto, c’è stata una grave interruzione di comunicazione e l’impressione era quella che le scelte fondamentali per tutti noi marciassero sopra le nostre teste. Ora dobbiamo ricostruire il tessuto sociale. Basta i centri commerciali, le opere del tutto discutibili e i locali che spuntano come funghi nella periferia, piuttosto impegniamoci per la costruzione di luoghi di aggregazione vera.
Con il mio centro ci stiamo impegnando per far nascere un punto aggregativo e culturale per le donne ma c’è bisogno anche di accuratezza e volontà politica perché solo dove ci sono queste si può cominciare a ricostruire qualcosa per il bene comune.
“BISOGNEREBBE FAR CAMBIARE MENTALITÀ A TANTA GENTE”

Giulia Di Benedetto, studentessa universitaria aquilana.
Durante il terremoto frequentavo ancora la scuola e ho scelto di iscrivermi all’Università all’Aquila l’anno successivo e non fuori sede, un po’ perché subito dopo il terremoto tutti sentivamo un attaccamento morboso alla città, un po’ per esigenze familiari. All’inizio non ho sentito il bisogno di andare via che ora ogni tanto avverto. Ho sempre amato la città perché è qui che sono cresciuta e ho tutti i miei ricordi ma ora è diventata veramente troppo stretta!
La forza di ripartire è difficile trovarla e soprattutto ritrovarla a distanza di tempo che non si vede nulla di nuovo. Bisogna cercarla dentro di sé e non sempre è così facile. Per me nulla purtroppo è tornato come prima; a volte addirittura fatico a ricordare la vita prima del terremoto.
Spesso non basta la voglia se non si hanno i mezzi concreti per risolvere i problemi e quello più grande credo coinvolga i giovani, sia per una questione di lavoro in quanto la nostra città non offre grandi possibilità lavorative, sia legato alle conseguenze del terremoto.
C’è bisogno di un forte impegno da parte dell’amministrazione per una più rapida ricostruzione dei luoghi, andrebbe migliorata la condizione dei giovani che passano le loro serate nel degrado di un centro storico che cade letteralmente a pezzi o “ammassati” in locali in periferia. Secondo me la prima cosa necessaria per migliorare le cose è “far cambiare mentalità a tanta gente”.
“COINVOLGIMENTO DEI GIOVANI E SPAZI PER L’AGGREGAZIONE”

Ilaria Iapadre, studentessa presso il Liceo classico dell’Aquila.
Dopo il sisma sono stata costretta a spostarmi sulla costa, ad Alba Adriatica, insieme alla mia famiglia. Ho finito l’anno scolastico a San Benedetto del Tronto e non è stato affatto semplice ambientarmi in un contesto che non riuscivo a sentire come mio, ma ora posso affermare che questa scelta mi ha aiutato a esorcizzare una parte del dolore che portavo dentro.
Tornare all’Aquila è stata una decisione a lungo ponderata, ma l’unica che sarei stata in grado di prendere. In questo agrodolce e intenso viaggio di ri-scoperta ho avuto al mio fianco i miei amici di scuola, ma soprattutto le compagne e i compagni dell’Unione degli studenti.
Alcuni di noi si sono messi in gioco all’interno dei Laboratori di cittadinanza partecipata, attraverso i quali abbiamo analizzato quanto il problema dell’aggregazione giovanile e della mancanza di spazi sia uno dei più gravi e irrisolti per la popolazione studentesca aquilana, ideando noi stessi il progetto di un centro di aggregazione.
A distanza di tre anni dal sisma sentiamo ancora adulti e persone che ricoprono incarichi istituzionali parlare dei problemi dei “giovani” senza preoccuparsi di coinvolgere concretamente gli studenti nel dibattito.
Bisognerebbe coinvolgere maggiormente tutta la compagine studentesca all’interno dei progetti che la riguardano, solo così potremmo rivendicare di essere stati fautori e protagonisti della nostra vita cittadina.
“DALLE TRAGEDIE SI RINASCE ATTINGENDO AD ENERGIE NUOVE”

Maria Teresa Taddei, sposata con due figli. Abita a Poggio Picenze e lavora come contabile all’Aquila.
Non ho mai pensato di lasciare i miei posti a causa del terremoto, nemmeno i primi tempi quando gli spostamenti e gli approvvigionamenti di ogni genere erano molto difficoltosi e tutto era proibitivo. Ritengo utile e doveroso non abbandonare nel momento difficile anzi attivarsi ulteriormente per la ripresa, che sia favorire una passeggiata nel centro storico, un acquisto, o un caffè negli esercizi che coraggiosamente hanno riaperto in punti tuttora difficili.
Ho attinto a tutta la mia determinazione per poter aiutare la mia famiglia a reagire al meglio a questa tragedia che ha tolto le nostre rassicuranti abitudini.
Oggi assisto rattristata all’esodo della gioventù che cerca opportunità lavorative e contesti urbani più vivibili altrove e penso che stiamo perdendo una parte importante del tessuto demografico, quello che rappresenta lo stimolo e lo slancio verso il futuro.
Avverto nei contesti sociali una forma di amarezza e rassegnazione che deprime la vitalità delle persone, dovuta alla perdita di contesti materiali ma sopratutto alla mancanza di fiducia nell’operato di coloro che dovrebbero guidare la ripresa a livello politico, civile ed economico.
Il quadro è prevalentemente fosco, a poco vale la ricostruzione che sta prendendo corpo ultimamente, credo e mi auspico che la collettività torni a credere con fiducia nelle istituzioni, nell’etica del vivere civile, per noi ma sopratutto per le generazioni che verranno. Credo che dalle tragedie si può rinascere al meglio attingendo a energie e a forze nuove per portare ad una evoluzione in primis a livello del genere umano.
“LA CITTÀ STA MUTANDO SEMPRE PIÙ IN NEGATIVO MA DOBBIAMO ESSERE FIDUCIOSI”

Antonella Ludovici, studentessa, vive a L’Aquila ma frequenta l’università fuori sede.
Il terremoto del 2009 fortunatamente ha sconvolto solo in parte la mia vita, in quanto non mi ha privato né dei miei cari, né degli amici, né della mia abitazione. Per questo io e la mia famiglia non abbiamo avuto l’esigenza di doverci trasferire altrove,cosa che purtroppo è capitata a molti.
Nonostante il terremoto avesse scombussolato le nostre vite, e le nostre abitudini quotidiane, io e la mia famiglia decidemmo comunque di continuare a vivere a L’Aquila, sia per amore della città, sia perché volevamo evitare di introdurre ulteriori e cambiamenti alla nostra vita, desideravamo a tutti costi tornare a quella normalità che avevamo sempre avuto durante il periodo pre-terremoto.
Amavo L’Aquila perché era una città “a grandezza d’uomo”, bella, calma , tranquilla, per nulla caotica e ottima per gli studenti; una città da fare invidia a molte. Queste purtroppo erano caratteristiche presenti fino all’aprile del 2009, ora la città sta mutando sempre di più; ordine e tranquillità stanno cedendo sempre più il passo a caos e disordine.
Non so a che punto si arriverà e come sarà la nuova L’Aquila ma sono fiduciosa, non voglio pensare di non riavere più indietro quella città che da sempre ha saputo conquistare i cuori di noi concittadini. Sono convinta che un giorno continueremo a passeggiare tra le vie del centro, quelle vie che sono ora inaccessibili, distrutte, abbandonate e tutto sembrerà come se il tempo si fosse fermato a quel lontano 5 aprile 2009.
“RICOSTRUIRE IL CENTRO STORICO E CREARE POSTI DI LAVORO”

Federica Rocci, infermiera presso Ospedale San Salvatore dell’Aquila.
Quando c’è stato il terremoto lavoravo da qualche mese nelle Marche, sono tornata all’Aquila a fine settembre 2012 dopo aver ottenuto il trasferimento al San Salvatore.
Nonostante tutto e nonostante fuori mi sia trovata bene, ho deciso di tornare e ottenere il trasferimento non è stato semplicissimo, i tempi sono stati molto lunghi e avevo quasi finito per perdere le speranze. Amo questa città e credo nella sua rinascita, poi ho un lavoro, cosa non da poco ai tempi di oggi, allora mi sono detta “perché non provare?” e a distanza di un paio di mesi sono pienamente soddisfatta della scelta fatta.
Devo ammettere che attualmente vivo bene, sto vicino alla mia famiglia, ho un lavoro che adoro, ho i miei amici, la mia rete sociale si è ricostruita ma quello che mi manca di più è il centro. Prima del terremoto lo vivevo a 360 gradi e ora anche se so che non sarà più come prima, resta un ricordo indelebile. Spero che un domani si possa tornare a vivere come una volta.
Il problema principale di questa città è sicuramente la mancanza di lavoro, che purtroppo spinge i giovani ad andare via. Tuttavia penso che le risorse per migliorare non ci mancano, bisognerebbe investire prima di tutto sul turismo e sul nostro bel territorio che da sempre è stato poco valorizzato.
“CI LAMENTAVAMO SEMPRE CHE NON C’ERA NIENTE MA ERA IL NOSTRO TUTTO”

Erika Battistoni, studentessa universitaria aquilana.
Dopo il terremoto ho preferito restare nella mia città soprattutto per l’amore che ho per gli affetti personali. Non mi sono mai allontanata dalla città, quando ho provato a farlo per alcuni giorni ne sentivo la mancanza.
Mi sono resa conto di quanto un’esperienza del genere ci abbia sconvolto le vite ed ho scoperto l’amore vero che provo per questa città. Si avvicina Natale, e una delle cose che mi fa stare davvero giù è quello di non poter vivere il “nostro” Natale con le ultime corse dei regali e le cioccolate calde per il centro.
Il terremoto ha cambiato molto causando improvvisi distacchi da amicizie e da una città che nel suo piccolo ci offriva una routine rassicurante. Mi mancano i giovedì universitari nei nostri vicoli più belli, la passeggiata in centro, la corsa per trovare un buon parcheggio, l’appuntamento ai quattro cantoni, il non poter andare più dalla mia amica del cuore, vicina di casa, semplicemente in tuta ma ritrovarsela dall’altra parte della città.
Dicevamo sempre che questa città non ci offriva quello di cui avevamo bisogno, ci lamentavamo che non si facesse mai niente ma nonostante tutto era tutto quello che avevamo ed è bastata una notte per toglierci la nostra routine che ora apprezzo molto di più.
Credo che ci siano talmente tanti problemi che è difficile anche individuarne con precisione l’entità. Di sicuro, come ogni aquilano, spero di poter rivivere la nostra città, il nostro centro, spero in una ricostruzione veloce, ma temo sia un vero e proprio sogno nel cassetto.
(2 – fine)



