L’AQUILA – “Mancano le firme per arrivare a quota 50 mila e presentare in Parlamento la proposta di legge d’iniziativa popolare sulla ricostruzione”.
Questo l’allarme lanciato dal giornalista dell’Espresso, Primo Di Nicola, sulla sua bacheca della rete sociale di Facebook, che ha mandato nel panico i sostenitori del testo normativo promosso dai comitati.
Un allarme che, però, non ha motivo di essere, visto che, di fatto, la legge d’iniziativa popolare non esiste più ed è stata sostituita da una d’iniziativa parlamentare praticamente identica.
Un fatto già noto negli ambienti politici e giornalistici, ma di cui qualcuno si è accorto solo oggi: grazie a Di Nicola, infatti, ora questo piccolo segreto di Pulcinella assume una rilevanza nazionale.
Chi non ci fa bella figura sono i promotori dell’iniziativa popolare, che hanno fallito l’obiettivo e hanno lasciato credere sui media e in eventi pubblici di averlo raggiunto, facendo invece approdare in discussione il loro testo solo grazie a un escamotage, peraltro lecito.
Alla fine conta che la legge forse sarà discussa davvero in aula. Un po’ di trasparenza in più da parte di chi la chiede alla governance della ricostruzione, però, non avrebbe fatto certo male.
LA LEGGE ”NON PIU’ POPOLARE”
La nuova incarnazione della “legge non più popolare” vede come primo firmatario il deputato aquilano del Partito democratico Giovanni Lolli (Pd) ed è stata sottoscritta anche da circa 250 parlamentari di opposizione, in primis gli abruzzesi Augusto Di Stanislao (Idv), Pierluigi Mantini (Udc) e Daniele Toto (Fli).
Il giochetto è servito a superare l’impasse dovuta al raggiungimento mancato o appena superato della soglia delle 50 mila firme necessarie per spedire in discussione la proposta popolare.
Il conto preciso, a oggi, non si sa. Le ipotesi sono che il pallottoliere si sia fermato sotto quota 50 mila firme, rendendo del tutto impossibile presentare la proposta di legge, oppure, nella migliore delle ipotesi, che la raccolta sia arrivata poco poco sopra, con un margine troppo risicato per sperare che, al termine del vaglio del riconteggio degli uffici parlamentari, ne rimanessero 50 mila valide.
Di qui la sponda offerta dai democrat e da Lolli ai comitati e ai promotori per non far naufragare il sogno.
LE FIRME FANTASMA
D’altronde che le firme non siano sufficienti è cosa nota.
Basta guardare come ha commentato sotto la bacheca del giornalista Di Nicola l’esponente dei comitati Giuseppina Pitari, secondo la quale “le firme non sono 50 mila anche se continua a girare la voce che le abbiamo raggiunte. Quindi – prosegue – il Pd si è impegnato a presentare la legge con l’appoggio delle firme che noi aquilani, in tanti, abbiamo firmato e ci siamo impegnati a raccogliere (chi più chi meno)”.
“Quindi non si tratta di una vera e propria legge di iniziativa popolare, anche se l’abbiamo scritta noi (cioè la popolazione aquilana)”, conclude.
Resta da capire come mai sia stata alimentata una falsa aspettativa sulla legge popolare dando per assodato in questi mesi il raggiungimento di quota 50 mila.
Uno dei componenti dell’assemblea cittadina, Luigi Fabiani, il 9 maggio scorso, a una settimana dalla scadenza, aveva ammesso ad AbruzzoWeb che di firme al massimo ce ne erano 43 mila e che sarebbe stata dura raggiungere il quorum.
Ma un mese dopo, il 6 giugno, in una nota il comitato promotore della legge spiegava che tre giorni più tardi sarebbero state consegnate al presidente della Camera Gianfranco Fini “le oltre 50.000 firme raccolte”.
Una tesi, questa delle 50 mila sottoscrizioni raggiunte, che è stata riportata anche da altri autorevoli organi di informazione.
Una tesi che, si conferma oggi (ma si sapeva), se non era diffusa ad arte quantomeno era sbagliata. (alb.or.)





