L’AQUILA – Sembra siano volati nel vento due anni da quando l’Aquila è stata “choccata” dal sisma di quel 6 aprile maledetto.

Oltre settecento giorni non sono stati sufficienti a lenire le tragiche ferite e a mascherare il ricordo delle tante vittime che sono state travolte dall'”orco”.

Il feed-back della memoria ci fa riaffiorare momenti tragici e indimenticabili che ci porteremo dentro la nostra anima, per sempre.

È mancata la prevenzione,sono mancate le raccomandazioni, siamo stati un po’ tutti superficiali. Eppure lo sciame, da qualche mese, ci aveva allertati e le scosse di una settimana prima e quella che qualche ora prima ha preceduto il boato, misurata su 4.1, dovevano farci tenere le antenne dritte.

Altro che i messaggi dell’assessora alla Regione che cercava con il suo insulso slogan di sdrammatizzare la situazione.

Slogan, mi è stato riferito, che la tv locale ha rimandato in onda per diversi giorni, facendo capire a tutti da quali “scienziati”eravamo protetti.

Il giorno precedente, il 5 aprile, giusto due anni fa, domenica dovevo essere a Roma per assistere alla gara Roma-Bologna.

Il mio fido allievo Matteo Vespasiani, speaker ufficiale dell’Olimpico, aveva procurato i biglietti per me, per il prof Palmieri e per il prof Ravaglioli, ex docente dell’Università dell’Aquila e accanito sostenitore dei colori felsinei.

Ma all’ultimo momento il buon Matteo mi telefonò dicendomi che, essendo una partita a rischio, io e Palmieri non potevamo entrare in quanto non eravamo residenti nel Lazio.

Alla faccia di tutta una vita dedicata alla scuola, alla pedagogia e ai corsi per giovani allenatori di calcio promossi dalla Figc!

Ecco dunque il segnale chiaro che dovevamo anche noi essere presenti all’Evento disastroso di quella notte.

Tubi dell’acqua scoppiati, appartamento inondato, pareti massacrate. La corsa verso la scalinata con mia moglie con un giubbotto sulle spalle e la corsa verso il cortile della salvezza.

Sotto la mia abitazione, che da via Giovanni Finamore va verso via Giovanni Pansa, a distanza del nostro Palazzo III Lotto Irti, costruito con mani sapienti e intelligenza carpita dai francesi, da Alfidio Strinella, vedo il Palazzo Marrone.

Totalmente imploso! “Sogno o son desto?” le mie prime battute, tra costernazione di chi gridava attorno a me e il fuggi fuggi generale.

Un giovane del mio palazzo, Francesco Scordamaglia, mi mette in mano una torcia, chiedendomi di illuminargli l’ingresso di quell’immobile che non esisteva più incuneandosi dentro i cunicoli dei pilastri contorti.

Il mio grido, la mia tensione, il cuore che mi scoppiava mentre sentivo persone sotto quelle macerie che si lamentavano e gridavano.

Dopo dieci minuti Francesco esce da quel tunnel infernale e trascina con sé una ragazza sui trent’anni.

Mi dissero che era una romena. Qualche graffio, tanto spavento, ma salva! Faceva la badante a una signora anziana che era precipitata con tanti altri dal quinto piano.

La mattina dopo, sul tardi, veniva salvata un’altra ragazza che aveva resistito a quella spaventosa tregenda.

Alla fine si conteranno 17 morti. E, a più riprese, siamo intervenuti con servizi giornalistici e televisivi (Sky canale 909, ospiti di Gianni Lussoso) per richiamare l’attenzione di chi aveva sottovalutato quel caso drammatico ignorando che il tutto era avvenuto a duecento metri dalla famosa fontana delle 99 Cannelle.

Da quei tristi e drammatici momenti vissuti sino a oggi quasi nulla è stato fatto per ridare vita e tono a un borgo (Villa Gioia-Rivera) che avrebbe meritato e meriterebbe maggiore attenzione. Ma tant’è!

Quando manca l’organizzazione e ci sono tanti maestri che salgono in cattedra, questi sono i risultati!

Sono tornato dopo quasi 24 mesi sul luogo dove tante famiglie e tanti ragazzi, compreso i miei due figli Pierluigi e Aurelio, hanno trascorso la loro infanzia e giovinezza.

Tutto sventrato, tutto pericolante. Solo desolazione e il ricordo della morte di tante innocenti vite umane.

Tra queste i coniugi Carli, la signora Italia, una sarta siciliana tanto affabile, e suo figlio, un professore di informatica al quale è stato dedicata un’aula all’Itis dell’Aquila, dove insegnava.

Tutto sapeva di morte e di ricordi. Di quarant’anni trascorsi in un luogo caro dal quale siamo stati tutti sdradicati.

Resta la speranza, insieme alla fede. Che ci dovrà sorreggere e ripartire insieme senza piangerci addosso.

La lezione dei giapponesi, a riguardo, è emblematica. Certo, ricostruire non è riavere. Ma la vita continua.

E, a volte, è più importante resistere che esistere. Anche se certe volte ripenso a Jim Morrison che diceva “Vorrei essere nato al contrario per poter capire questo mondo… Storto”.