L’AQUILA – Pochi fondi spesi, tante incertezze e crollo dell’occupazione: prima che in qualsiasi vulnerabilità di un territorio comunque ad alto rischio sismico, una risposta alla generalizzata sfiducia e al declino dell’Aquilano, può essere trovata leggendo i dati pubblicati da Opendataricostruzione relativi allo sviluppo economico del territorio e quelli forniti da Istat e Banca d’Italia.
Dal portale messo su da Gran Sasso Science Insitute e Università dell’Aquila, con la collaborazione degli uffici speciali (Usra e Usrc), del Comune dell’Aquila e di Actionaid che raccoglie ed elabora tutte le risorse spese nel dopo terremoto, l’unico strumento di trasparenza ad oggi a disposizione, emerge come gli unici soldi spesi per lo sviluppo sono quelli per “Progetti di investimento produttivo a forte contenuto di innovazione e con un potenziale di crescita elevato” e “di ricerca industriale e prevalente sviluppo sperimentale”, a cui sono andati circa 40 milioni di euro, e quelli per “Progetti per la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative e di spin off della ricerca”, a cui sono andati 4,8 milioni.
Investimenti destinati essenzialmente ai cosiddetti contratti di sviluppo, che coinvolgono grandi imprese, ma che si stima genereranno 500 posti di lavoro, con “un rapporto di uno a trenta avendo perso 16mila posti di lavoro in tre anni”, dice il segretario provinciale della Cgil Umberto Trasatti, che paragona i dati al 31 dicembre 2012, quando in provincia dell’Aquila risultavano 124mila occupati, a quelli del 31 dicembre 2015 che parlano di 108mila.
Eppure i cento milioni di euro stanziati inizialmente dallo Stato con una delibera Cipe ai quali si sono aggiunti i circa 240, frutto del 4 per cento di quelli della ricostruzione che il governo Renzi rese strutturali, tuttora in gran parte inutilizzati, “sommati sono quasi trecento milioni di euro che – spiega il sindacalista – spesi come possono e devono essere spesi possono muovere oltre un miliardo di investimenti complessivi”. Considerando che “le norme stabiliscono vincoli per i quali si possono elargire a fondo perduto in una misura che varia dal 15 al 50 per cento a seconda che si tratti di piccola, media o grande impresa”, il privato deve quindi compartecipare.
Trasatti parla di “tempi biblici per poter spendere le risorse”, e sostiene che quello del lavoro resta “il problema dei problemi”, perché “la ricostruzione se non procede parallelamente al rilancio delle attività e non si offrono prospettive ai giovani questo territorio non si riprende”.
Per questo “bisogna accelerare la possibilità di spesa attraverso bandi che diano certezze a chi investe, che deve sapere che ci sono i fondi, che gli arrivano e che danno risultati, anche in termini di occupazione”, ammonisce Trasatti.
“Andando a vedere il dato disaggregato si nota che abbiamo perso posti di lavoro in tutti i settori, eclusa l’agricoltura che – osserva – se consideriamo quello che sta accadendo in questi giorni non oso pensare a quali conseguenze possiamo andare incontro”.
Un’area insomma che si profila come economicamente depressa, visto che “la provincia dell’Aquila è passata da un 20,5 per cento di export regionale del 2001 ad un attuale 5,6 per cento”, ricorda il sindacalista citando dati Istat e Banca d’Italia sulle esportazioni.
“Quando si dice che c’è una ripresa bisogna vedere dove e come”, fa osservare Trasatti, che parla di “un Abruzzo che va a due velocità”, visto che “nell’area del Chietino ad esempio ci sono alcuni segnali positivi”.
La mancanza di un “piano di azione per lo sviluppo dell’area di riferimento” era indicata tra le cause della mancata ripresa economica già nel monitoraggio sullo stato di attuazione degli interventi effettuato nel maggio 2015 dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
“Risulta evidente come gli interventi per lo sviluppo finora finanziati siano stati sì avviati, con qualche ritardo e con più di qualche incertezza”, si legge nel documento, ma “tuttavia, con labili gradi di convergenza verso una comune strategia che sia un po’ di più di quello che pure è dovuto al loro attuarsi in un’area relativamente ristretta”.
“Non solo il tempo non è una variabile indipendente – ripete Trasatti – ma abbiamo bisogno di una strategia vera per le aree interne, che rappresentano la metà dell’Abruzzo”.
“Tolto il farmaceutico e per alcuni aspetti le aziende di Finmeccanica che hanno fatto alcuni investimenti – spiega – in tutti gli altri comparti abbiamo avuto una perdita significativa di posti di lavoro, sono in crisi il commercio e l’artigianato dove hanno cessato migliaia di attività che determinano i meno 16mila posti di lavoro, e l’esempio della Otefal, dove dopo la vertenza l’azienda ha riaperto ma impiega un terzo degli occupati di prima è un esempio diffuso”.



