L’AQUILA – “La comunità aquilana si trascina, non vedo più la capacità di indignarsi, la coscienza critica, la capacità di reagire. Mi sembra che questa città si stia disgregando a livello morale”.
Sono parole di pietra, quelle ai microfoni di AbruzzoWeb di Aldo Scimia, vigile urbano del capoluogo che, nel terremoto di 6 anni fa, ha perso la madre settantenne, Anna Berardina Bonanni.
È uno di quelli, e non sono pochi, che dopo tutto questo tempo non riesce a trovare la capacità di sperare: “Ci vuole una grossa forza e una grossa fantasia. Mi dispiace, non mi pare di poter vedere un orizzonte roseo”, dice più a se stesso che al cronista.
Suo malgrado il nome di Scimia è tornato di recente alla ribalta come una delle parti civili del processo alla commissione Grandi rischi a cui la Protezione civile ha chiesto indietro la restituzione delle somme risarcitorie “provvisionali”, quindi subito esecutive, stabilite nella sentenza di primo grado del 22 ottobre 2012 dal giudice Marco Billi.
Quest’ultimo aveva condannato tutti gli imputati con l’accusa di omicidio colposo per aver causato la morte di 29 persone, ma la corte d’Appello il 10 novembre 2014 ha assolto i sette esperti, condannando il solo ex vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis a 2 anni, ma per soli 13 casi, tra i quali non c’è quello di Scimia.
Il dipartimento a lui e altri familiari ha a quel punto richiesto indietro i risarcimenti già incassati, circa 2 milioni di euro sui 7,8 totali disposti dal giudice.
La peculiarità negativa è stata che la lettera del capo dipartimento della Protezione civile, ormai ex dopo la staffetta con Fabrizio Curcio, è arrivata a pochi giorni dalla ricorrenza del sesto, doloroso anniversario.
“Leggendo quella lettera ho provato un grosso stupore, un grosso sgomento, e molta amarezza, ma nulla più perché non mi aspetto molto – spiega Scimia, disilluso – dal 7 aprile gli eventi si sono susseguiti sempre nella stessa direzione, non è mai cambiato nulla”.
“Alla Protezione civile dico: i soldi vi servono? Va bene, riprendeteveli. Ma visto che siete così potenti, ridateci i nostri cari – continua – La posizione di Gabrielli, che dice di essere stato lesto a pagare in primo grado e ora lesto a richiedere dopo l’Appello, un tutta onestà mi sembra fin troppo facile”.
Come vigile urbano, Scimia è comunque un uomo delle istituzioni ma ha perso la fiducia nello Stato. “Lavoro per necessità, altrimenti farei altre cose – ammette – È molto dura, ho difficoltà a trasmettere questo sentimento di fiducia alle mie figlie e alla mia famiglia”.
Anche al processo alla Cgr, ormai, non crede più. “Dalla Cassazione non mi aspetto nulla, peraltro la tendenza delle ultime sentenze non mi lascia fiducioso – fa notare – Quest’esperienza è stata più amara, per come si sono svolte le cose ha prodotto più dolore del terremoto stesso”.
E quell’ultima accusa che “rivendico con forza: non c’è stato rispetto per le vittime, mai”.






