ROMA – Dopo il terremoto che il 24 agosto ha colpito Amatrice, Accumoli e altri centri tra Lazio, Umbria e Marche, le preoccupazioni riguardano anche Roma, dove la scossa è stata distintamente avvertita come in tutto il centro Italia e dove vive più di mezzo milione di abruzzesi.
La Capitale, com’è noto, sorge su un’area in gran parte classificata a bassa sismicità, ma una grossa fetta dell’edificato, tra i quartieri San Basilio, Eur, Tiburtino, Prenestino, Collatino, Tuscolano, Ostiense e Laurentino è invece su un territorio classificato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia come zona sismica 2, in una scala da 1 a 4, nella quale la zona 1 è intesa come quella in cui c’è il rischio che si verifichi un terremoto di maggiore intensità.
“Non ha senso considerare il territorio del Comune di Roma come unica zona sismica. La sua estensione areale è quella di maggiore entità della Regione Lazio e la gran parte dei suoi 19 municipi hanno un’estensione superficiale superiore alla media dei comuni della Regione”, si legge nella relazione tecnica allegata alla delibera con la quale la giunta regionale del Lazio del 22 maggio 2009, riclassificava le zone sismiche.
Un atto che arrivava a seguito dell’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri del marzo 2003, che sull’onda emotiva del terremoto di San Giuliano di Puglia introduceva un elaborato di riferimento per la riclassificazione sismica a livello nazionale.
Come ha ricordato il quotidiano Il Tempo, se nel 2003 l’intero territorio del Comune di Roma era stato classificato in zona 3, nel 2009 alcuni dei suoi municipi hanno visto incrementare il livello di pericolosità sismica, passando in zona 2 e sottozona B.
Si tratta nello specifico dei municipi che, secondo la vecchia denominazione, andavano dal V al XII e che ora, in base alla modifica della numerazione apportata nel 2013 dal Consiglio capitolino, vanno dal municipio IV al IX. Tutti gli altri, invece, rientrano nella zona sismica 3 e nella sottozona A.
“Il territorio del Comune di Roma – si legge nella relazione tecnica sulla nuova classificazione sismica del Lazio – è interessato da valori di accelerazione di gravità estremamente differenti fra la zona costiera (Ostia) e le zone prossimali ai Colli Albani o ai Monti Tiburtini e Prenestini. Tali valori presentano una variabilità sostanziale, passando da 0,075 a 0,200, che si tramuta in valori di possibile intensità del terremoto molto diversa fra le due zone. Anche lo studio Enea ha evidenziato che il territorio di Roma Capitale deve essere necessariamente trattato, dal punto di vista sismico, in modo difforme nelle diverse sue zone geografiche (zona costiera, centro città e piana del Tevere, area prossimale ai Colli Albani e ai Monti Tiburtini e Prenestini) e deve prevedere diversi valori spettrali per chi dovrà costruire nella zona di Ostia o a La Storta, piuttosto che nei municipi vicini ai Colli Albani”.
Il presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, Roberto Troncarelli, sempre al quotidiano romano ha spiegato come “numerosi comuni del Lazio si trovano esposti ad alto rischio, ossia in zona sismica 1, quella di massima probabilità di scosse distruttive di elevata magnitudo, analoghe a quelle che hanno annientato Accumoli ed Amatrice. Non possiamo dire quando, ma possiamo dire con certezza che saranno colpiti da un terremoto di forte intensità. E quello che, purtroppo, è altrettanto prevedibile, è che ci si troverà ancora impreparati”.
“La recentissima revisione del regolamento regionale per il rilascio delle autorizzazioni sismiche, in vigore da aprile 2016 – ha spiegato Troncarelli – evidenzia la totale ignoranza, nel senso letterale del termine, da parte del legislatore, delle problematiche relative a risposta sismica locale, microzonazione sismica ed effetti di sito, temi da cui è impossibile prescindere per attuare una corretta attività di prevenzione dei terremoti”.
“È evidentemente una precisa scelta politica – ha aggiunto – quella di allargare ancora le già ampie maglie dei controlli sui progetti presentati, incrementando anche le classi di intervento per le quali non è previsto il controllo”.





