L’AQUILA – Scese la notte quel lontano giorno di gennaio del 1915 in tutto il territorio marsicano. Era il 13 gennaio: tanto lontano eppure presente nella tragica memoria storica del nostro Paese.
Un triste anniversario, oggi, di un tragico evento sismico che scolvolse la terra, e distrusse un’intera città: Avezzano (L’Aquila). Il bilancio delle vittime fu di 9 mila morti su 11 mila abitanti, contando tutti i centri dell’area fucense, i paesi della Valle Roveto e della media Valle del Liri.
AbruzzoWeb ha rivolto alcune domande allo storico aquilano prof. Enrico Cavalli, sensibile studioso e profondo conoscitore della storia ‘aquilana, docente universitario e scolastico, autore di autorevoli saggi tra cui “La grande Aquila”.
Sono passati quasi cento anni da quel tragico evento. Come andò realmente?
Per la verità ci furono diverse avvisaglie diverse settimane prima dell’evento sismico. Ma non furono anche allora allertate in tempo, così come è accaduto nel 2009 all’Aquila, le popolazioni della Marsica. Eppure i sistemi di precauzione erano stati presi con un insolito, allora straordinario, sistema di ‘previsione’.
Cosa vuole intendere più precisamente?
Proprio nell’Abruzzo aquilano era già stato pensato anni addietro un discorso di prevenzione sismica grazie al lungimirante merito dell’arcivescovo aquilano Augusto Antonio Vicentini, erede di una famiglia del ‘lombardo veneto’, che verso la fine dell’800 volle istituire il primo osservatorio geodinamico d’Italia all’Aquila. Fu il primo discorso di prevenzione sismica a livello nazionale e sicuramente uno dei primi in Europa. Ci fu anche un congresso di scienziati sugli aspetti sismici.
L’osservatorio aquilano segnalò nel 1915 anomalie sismiche?
Sì, assolutamente. Le strumentazioni cominciarono a registrare già alcuni giorni prima del grave evento tellurico delle anomalie, ma non furono prese in considerazione.
Perché secondo lei?
Sicuramente per via di un forte clima di laicismo che si respirava in quegli anni.
Gli effetti della scossa giunsero sino all’Aquila, vero?
Sì, purtroppo. Nel capoluogo abruzzese ci furono oltre 50 vittime e alcuni palazzi riportarono seri danni strutturali. La ricostruzione di questi fu avviata ma in modo molto maldrestro.
Il terremoto del 1915 ha delle forti analogie con quello dell’Aquila del 2009?
Direi molto inquietanti. Allora nella Marsica come quattro anni fa all’Aquila fu sottovalutato il problema. Anche se bisogna dire che Avezzano fu rasa al suolo ma ricostruita in quasi cinque anni interamente. Allora non ci furono impacci burocratici come nel 2009 e la ricostruzione fu più celere. Certo, non mancarono serie problematiche di bilancio, anche per lo scoppio della prima guerra mondiale. Dal punto di vista dell’emergenza aiuti fu la chiesa che svolse un ruolo decisivo. Ma ci fu anche un particolare interessamento di importanti onorevoli, come Erminio Sipari (fondatore del Parco Nazionale d’Abruzzo) e Vinceslao Amici, dello schieramento liberale di destra. Insomma, nonostante le grosse difficoltà, una città ritornò a vivere nel giro di pochi anni, nonostante fosse stata distrutta completamente.
Però nel caso dell’Aquila non si tratta di una ‘costruzione’ ex novo di un’intera città, ma di una vera e propria ricostruzione. Esiste in fondo una sostanziale differenza.
In effetti sì. Il caso dell’Aquila è molto ma molto più delicato e difficile. Un paragone in tal senso potrebbe essere fuorviante. (red)



