L’AQUILA – Non c’era bisogno di conoscere ufficialmente i risultati di studi e di indagini da parte di psicologi, psichiatri e medici di famiglia per far emergere lo stato di forte disagio nelle coscienze e nelle teste di gran parte della popolazione uscita dal terremoto del 6 aprile 2009.

Chiunque si sia fermato e, purtroppo ancora si fermi, a vivere sia pure solo squarci di giornata nei territori colpiti dal devastante sisma, ha chiari i segnali di un quadro preoccupante: non si deve per forza essere esperti per riconoscere una dilagante depressione e, in casi non troppo isolati, patologie vere e proprie.

Disagi impattanti pesantemente tra gli “ultimi”, tra i meno fortunati, che non hanno neppure la forza di denunciare.

Un’emergenza assoluta che ora viene sancita anche dalla diffusione di dati degli addetti ai lavori, che hanno lanciato un vero e proprio grido di allarme. Nel recente congresso di psichiatria della sezione italiana della Società mondiale di riabilitazione psicosociale (Wapr) è emerso che sette terremotati su dieci sono affetti da depressione, qualche giorno prima il presidente dell’ordine dei medici ha spiegato che sono otto su dieci gli aquilani che hanno problematiche.

Purtroppo, tra i “reduci” del terremoto e tra chi è giornalmente a contatto con queste persone la percezione è nitida: in tal senso, grande assente è la governance della ricostruzione che, neppure di fronte al grido di allarme dei medici, ma non si doveva arrivare a questo per conoscere il fenomeno, è intervenuta per commentare l’emergenza, ma soprattutto per annunciare iniziative.

Al di là dei soliti slogan “non dobbiamo pensare solo a ricostruire le case ma anche le coscienze”, nulla è stato fatto di concreto e tangibile.

Qualcuno, anche tra i responsabili della governance, pensa che la situazione sia fisiologica dopo una tragedia del genere: ma al di là degli effetti inevitabili, è colpevole il non aver creato una task force e rafforzato la presenza di esperti.

È sotto gli occhi di tutti che dell’assistenza psicologica alla popolazione che deve fare i conti con il trauma di un sisma devastante si è avuta traccia solo nella fase dell’emergenza, quando, soprattutto nelle tendopoli, psicologi e assistenti sociali hanno dato un sostegno molto prezioso ai più bisognosi.

Poi, il nulla: la governance ha pensato (malissimo) che i traumi fossero stati curati e non si dovesse promuovere un servizio efficace per assistere le coscienze: una governance colpevole perché, alla base della preoccupante diffusione del malessere, c’è anche l’incapacità degli stessi decisori e gestori del post-sisma, spesso litigiosi e confusi, di dare la speranza di un futuro di nuovo roseo ai cittadini del cratere, soprattutto giovani, che in numero sempre maggiore lasciano la città, e anziani, che vedendosi abbandonati trovano sempre meno motivazioni ad aggrapparsi alla vita.

Tutto ciò nonostante gli esperti avessero preannunciato che, man mano che il tempo fosse passato, si sarebbero acuiti i disagi psicologici e, in maniera non infrequente, psichiatrici.

Invece, a due anni e mezzo dalla tragica ricorrenza, siamo all’anno zero a fronte di una popolazione che non solo sta facendo i conti veri con quanto accaduto, ma che è anche stanca dei sacrifici fatti nel post-terremoto.

Una situazione destinata a incidere molto negativamente sul rilancio dell’Aquila e del suo circondario perché per invertire la tendenza e vincere la sfida della ricostruzione c’è bisogno di persone psicologicamente forti, ottimiste e produttive.

Basta sentire, anche al bar, i discorsi delle persone per capire che si è lontani da una situazione positiva, soprattutto da parte della cosiddetta fascia “forte” a cui è affidata la responsabilità della rinascita.