L’AQUILA – Tempi durissimi per l’Europa della moneta unica e dell’Unione.

Il “sogno” che per decenni è stato propagandato in lungo e in largo sta perdendo colpi in tutto il Vecchio Continente dove, a partire dal voto sulla Brexit il cui esito favorevole ai sostenitori del Leave, cioè dell’uscita, continua a non andar giù a chi voleva invece il Remain, il vento contrario a euristi e difensori del progetto unionista soffia  sempre più forte.

Nonostante non abbia trovato fino ad oggi una “casa” concreta.

E l’Italia in questo quadro continua ad essere un’osservata speciale da parte di chi è sia sul palco politico, sia soprattutto dietro le quinte del progetto eurista.

Mentre, però, alcune voci fino a pochi “minuti” fa totalmente favorevoli al banalmente definito Euro cominciano o a riposizionarsi attraverso posizioni improvvisamente critiche, oppure a rivelare fatti e circostanze che sconfessano il progetto in questione come di recente ha fatto pubblicamente l’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, che in un’intervista ha dichiarato che “L’Italia non aveva i requisiti per entrare nell’Euro, ma la politica me lo impose”.

Di tutto questo non è sorpreso Federico Dezzani, classe 1984, laureato in Economia all’università di Torino, analista politico e scrittore che cura un blog molto seguito, federicodezzani.altervista.org.

Dezzani, innanzitutto ci tolga una curiosità: lei è nato nel 1984, quindi ad esempio non ha vissuto con consapevolezza un certo periodo storico, il 1992, di cui ha trattato nel suo blog. Come e perché è arrivato a trattare in modo totalmente diverso rispetto alla generale narrazione mediatica, grande e piccola, un capitolo della Storia non soltanto italiana?

Grazie ad AbruzzoWeb per lo spazio concessomi. La domanda è molto intelligente. Il mio interesse per il biennio 1992-1993 è, per così dire, un “effetto collaterale” della analisi che dedico sovente al tema Euro. Le basi della moneta unica sono gettate nel 1992 con Trattato di Maastricht. In un breve lasso di tempo, attorno a quell’avvenimento, si svolge tutto, dal collasso dell’Unione sovietica alla fine della Prima Repubblica. Molti in Italia, penso ad esempio ad Antonio Fazio, erano freddi, se non ostili, verso la moneta unica. Agganciando l’Italia all’area marco, perché è stato fatto questo con l’adozione dell’Euro, era solo questione di tempo perché la nostra economia fosse svuotata. Se Tangentopoli non avesse cancellato la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano, usciti “vittoriosi” dalla Guerra Fredda, probabilmente avremmo scritto un’altra storia.

Però la moneta unica ha radici molto più lontane, al di là delle basi del 1992. Un percorso che col tempo si è dimostrato, nelle parole dei suoi architetti, dei suoi megafoni più o meno intellettuali, letteralmente e sostanzialmente inevitabile. Eppure qualcuno, anche ai piani alti, sapeva a che cosa si andava incontro. Probabilmente la propaganda e la struttura di chi ha voluto e imposto l’Euro furono troppo forti rispetto alle voci di dissenso.

Certo. L’idea di dotare la Cee/Ue di una moneta unica risale all’immediato secondo dopoguerra, tanto che molti avrebbero voluto affiancarla al piano Marshall. Il collasso dell’Unione Sovietica è stato però il “nulla osta” al piano. Nei miei lavori sottolineo spesso come la moneta unica persegua un obbiettivo squisitamente politico: integrare la Nato con un’unione politica-economica, i famosi Stati Uniti d’Europa.

Come si colloca l’Euro in questo quadro?

È stato concepito fin dal principio per “forzare” il progetto di integrazione europeo, altrimenti irrealizzabile a causa delle resistenze nazionali. Calando un regime a cambi fissi, la moneta unica, su un’area monetaria non ottimale, priva cioè di alcuni elementi base, era solo questione di tempo perché, al primo shock esterno, si innescasse la terribile euro-crisi che stiamo vivendo. L’élite di Bruxelles avrebbe dovuto “cogliere la palla al balzo” per strappare un Tesoro Unico Europeo e gli Use.

Ora però questo processo comincia a conoscere qualche più di qualche ostacolo, nonostante sia ancora molto forte. L’élite di cui parla lei, insieme ad altre “sorelle”, sta alzando ufficialmente la voce contro, ad esempio, il cosiddetto populismo. Si tratta di paura o di semplice nervosismo da padroni del vapore?

Francamente, mi chiedo davvero se “gli architetti di Bruxelles” progettassero davvero una federazione europea estesa dal Portogallo alla Polonia. Dal 2011, mi sembra che questo piano sia stato abbandonato in favore di un’integrazione “a due” tra Francia e Germania. Le periferia europea, dove soffia più forte che mai il vento populista dopo anni di austerità, mi sembra ormai tagliata fuori: il saccheggiabile è già stato saccheggiato.

Domanda da un milione di euro: e adesso? Come fa l’Italia a rimettersi in piedi? Una colonia come la nostra, dunque non un Paese che nel bene e nel male prova a governarsi da solo.

Washington e Londra sono stati i grandi sponsor, sin dal 1945, del processo di integrazione europea: Berlino è stata ed è tuttora il loro “luogotenente” sul Continente. Per l’Italia, uscire dalla gabbia dell’Euro significherebbe rivedere gli assetti geopolitici degli ultimi 70 anni. L’unica variabile impazzita è Donald Trump. Il presidente “populista” non appartiene all’establishment americano filo-Ue e potrebbe, quindi, essere favorevole ad una Italexit.

Il prossimo parlamento sarà per l’uscita dall’Euro? E poi, in conclusione, se l’Italexit non arriva? Esulterebbero gli italiani, colti e non, che esultarono per Tangentopoli, che ce l’hanno con la Brexit (lo stesso accade in Inghilterra) e con Trump, che vorrebbero ripetere i referendum persi, togliere il diritto di voto agli anziani, che credono in un’“altra Europa”, che odiano l’Italia della liretta e via elencando. Tutti gli altri, tornerebbero nel silenzio in cui sono stati relegati per anni? E il Paese? Che fine farebbe?

La rottura dell’Euro, nella conformazione attuale, è inevitabile. Resta solo da stabilire come e quando avverrà questa rottura e, soprattutto, cosa rimarrà dell’Italia per allora. Ad oggi, lo scenario più probabile dell’euro-collasso mi sembra il rialzo dei tassi dalla banche centrali: ne deriverà un nuova recessione che travolgerà i vecchi assetti dell’Occidente.

Dunque, le ripropongo la stessa domanda con parole diverse: il prossimo parlamento?

Il biennio 2018-2019 sarà cruciale, ma l’Italia sarà oggetto delle forze esterne, più che l’artefice del suo destino. Non vorrei sminuire troppo la nostra democrazia, ma ritengo che conti molto poco chi occuperà Palazzo Chigi.

Anche il Movimento 5 stelle?

Il M5s è un prodotto simile alla greca Syriza: movimenti prodotti dall’establishment per incanalare il dissenso e sterilizzarlo. Il cambiamento verrà dalle banche centrali. E sarà epocale.