L’AQUILA – Per il ventennale della Compagnia TeatroZeta dell’Aquila, i direttori Manuele Morgese e Livio Galassi hanno pensato ad una produzione di altissimo livello e dalla tematica per niente scontata: In coproduzione con il Teatro Nazionale di Toscana dopo l’anteprima svoltasi ad Aushwitz il 20 gennaio,con la delegazione del Miur , porteranno in scena lo spettacolo “Shoah-Filastrocche della nera luce” di Giuseppe Manfridi con Manuele Morgese e due star internazionali del Jazz, Fabrizio Bosso (tromba) e Julian Oliver Mazzariello (pianoforte) per la regia di Livio Galassi, al teatro Piccolo Eliseo di Roma, in prima nazionale, domani martedì 29 gennaio e al Teatro Niccolini a Firenze il 30.
Impianto scenico suggestivo creato dal Teatrozeta per questo spettacolo con una sequenza di monologhi emozionanti e struggenti interpretati da Manuele Morgese. La musica di Fabrizio Bosso e Julian Mazzariello sono il coronamento di un’atmosfera densa di ricordi e di testimonianze, per non dimenticare.
“Sicuramente si sente che non è ebreo, chi le ha scritte. È vero, non lo sono e non posso né debbo fingere di esserlo. Ecco! Qui è il nodo cruciale che mi ha fatto ritenere necessaria la presenza di altre firme che componessero, nel confronto, un 10 insieme: non essere ebreo, e, pur non essendolo, partecipare di un lutto rigenerativo, per domandarsi infine: Ne ho il diritto? Si può? Se sì, come sarà possibile coniugare la comprensione dei fatti al rispetto per chi ne fu travolto? Da questo interrogativo proviene un ramificarsi di altre domande, vieppiù sconcertanti e gravose di responsabilità solo per il fatto di formularle. Innanzitutto, con che parole pronunciare, da non ebreo, la convinzione che la Shoah si è fatta, e ancora più dovrà farsi, patrimonio tragico dell’umanità?”, è la dichiarazione nella nota introduttiva del testo di pubblicato da La Mongolfiera editore, da parte di Giuseppe Manfridi.
“Con che cuore sostenere che dovrà sviare le rotte di una cupa leggenda e divenire definitivamente Mito, non esposta all’incresciosa volubilità della memoria, ma imperiosamente visibile da chiunque, da dovunque, e sempre? Di conseguenza, non dovremo forse riconsiderare il concetto di ricordo se a ricordare non è più chi porta testimonianza diretta, o figlio o nipote di chi incarnò questa testimonianza? E che senso ha il tramandare se ciò significa esporre il doloroso capitale di quanto avvenuto al rischio di un progressivo diluirsi del carico emotivo e culturale nel propalarsi ad libitum della sua narrazione? Ricordare non potrà infine divenire un ricordare la Shoah così come si ricordano le guerre puniche? E allora che fare? Come immaginare una ferma consapevolezza del non divino Olocausto che sia memento definitivo e illustrazione del bene? Non in queste pagine, ovviamente, sono le risposte, ma casomai attorno ad esse: nella sapienza individuale, comunque meritevole, di chi legge”, scrive ancora Mnafridi.
E a chi legge suggerisce due cose: “di leggere il più possibile ad alta voce spingendosi a cercare quella tridimensionalità espressiva che tramite la scansione metrica ho cercato io, e, seconda cosa, di non affrontare il presente volume ad apertura come se si trattasse di una raccolta di poesie, ovvero di brani messi genericamente in sequenza senza regole troppo precise a stabilire un prima e un dopo. Non è così. Ogni filastrocca è in realtà parte di una narrazione che si sviluppa nel tempo, con una sua durata e secondo una drammaturgia per cui (a prescindere da quella che sarà la silloge destinata alla scena) corre sotto traccia un percorso che, se ignorato, diminuirà di senso al tutto”.





