L’AQUILA – Gli aiuti economici concessi per i danni derivanti da calamità naturali “non danno luogo a distorsioni significative della concorrenza”: potrebbe arrivare da un articolo di un recente provvedimento dell’Unione europea la soluzione alla restituzione al 100% delle tasse sospese a seguito del terremoto del 6 aprile 2009.

Una spada di Damocle che pesa sulla testa di circa 7 mila “partite Iva”, tra imprese e professionisti, e che rischia di depredare il territorio dell’Aquila e del “cratere” sismico di circa mezzo miliardo di euro di contributi previdenziali “abbonati” al 60% dopo la tragedia di quattro anni e mezzo fa, con il restante 40% da rimborsare in 120 rate.

La novità spunta nel regolamento numero 733 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale della Ue il 31 luglio scorso: al punto 7 della premessa si dice chiaramente che “in base all’esperienza acquisita è possibile definire chiare condizioni di compatibilità”.

A una lettura ottimistica, si potrebbe dire che i burocrati di Bruxelles si sono resi conto della frittata fatta nell’aprire una procedura di infrazione sulla disciplina degli aiuti di Stato nei confronti dell’Italia, nella quale venivano contestate le agevolazioni concesse da oltre 20 anni a questa parte in occasioni dei disastri che hanno colpito il Paese.

Nel mirino dell’Europa, oltre l’Abruzzo, la Sicilia (terremoto 1990 ed eruzione Etna 2002); Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana e Veneto (alluvione 1994); Marche e Umbria (terremoto 1997); Molise e Puglia (terremoto 2002).

Nella procedura, aperta ma non conclusa e ufficializzata nel dicembre 2012, c’era un atto di accusa veemenente dei confronti delle autorità italiane “deplorate” perché non avevano notificato la decisione dell’agevolazione alla Commissione e, in seguito, di non aver risposto o di averlo fatto in maniera evasiva rispetto ai chiarimenti richiesti.

E si invitava l’Italia “a trasmettere eventuali osservazioni e a fornire qualsiasi informazione che possa essere utile ai fini della valutazione delle misure di aiuto in questione, entro il termine di un mese dalla data di ricezione della presente”.

Quindi la minaccia di un’ingiunzione di recupero delle somme, qualora la Commissione fosse giunta “alla conclusione che l’aiuto concesso illegalmente dalle autorità italiane non sia compatibile con il mercato interno”.

Ma con l’ultima decisione si apre uno spiraglio, in quanto la “riparazione dei danni arrecati dalle calamità naturali” può essere ricompresa tra le categorie di aiuti non soggette all’obbligo di notifica.

In questo modo sarebbe superata anche la diatriba sul cosiddetto “emendamento killer”, a più riprese piazzato in varie proposte di legge del governo, precedente e attuale, con il quale si chiedeva di dimostrare il nesso di causalità tra il terremoto e le conseguenze economiche negative subite, pena la restituzione delle somme condonate con l’emendamento dell’ex sottosegretario abruzzese Gianni Letta nell’ultima finanziaria dell’era Berlusconi.

La chiave interpretativa, come si diceva, benché assolutamente legittima, è un po’ “di parte”, ma certamente offre lo spunto all’esecutivo nazionale e alla politica regionale e cittadina di presentarsi a Bruxelles con quest’arma a disposizione per rinegoziare la situazione aquilana.

In linea con il principio giuridico che prevede, per infrazioni non ancora definite, l’applicazione dell’ipotesi più vantaggiosa, la Ue potrebbe decidere di chiudere una partita che ha rasentato il ridicolo e avviata da tecnici che, probabilmente, non hanno mai fatto un giro per il centro storico del capoluogo o di uno dei paesi del “cratere” sommersi da macerie e incognite sul futuro.