SANTO STEFANO DI SESSANIO – “Nonostante tutte le difficoltà, gli eventi catastrofici, i messaggi che per settimane hanno riempito le tv nazionali con il disastro di Rigopiano, il sogno Santo Stefano di Sessanio continua, perché da una comunità di agricoltori e pastori oggi si può dire che c’è una classe di imprenditori turistici ancora acerbi, ma determinati e pronti a cavalcare questo sogno”.

Appare determinato Stefano Cardelli, architetto e imprenditore, tra i primi a investire sul recupero dell’affascinante borgo del Gran Sasso aquilano.

Parlando con AbruzzoWeb dice di essere interprete “dei sentimenti e delle aspettative” dei tanti che negli ultimi vent’anni hanno creduto nello sviluppo del paese, anche se è l’unico a farsene portavoce dopo l’articolo di questo giornale sulla chiusura temporanea di Sextantio, l’albergo diffuso per anni indicato come modello di recupero al quale ispirarsi.

Il suo creatore, l’imprenditore italo-svedese Daniele Kihlgren a questa testata ha ammesso che la sua “incapacità oggettiva a gestire un albergo” e i ritardi nella ricostruzione post-terremoto hanno rappresentato forti ostacoli tanto da decidere di trasformare la struttura in attività di tipo stagionale.

“Io ho iniziato a lavorare al recupero prima del suo arrivo – racconta Cardelli – era la metà degli anni Novanta, quando grazie a una legge regionale sulla ricettività nei Parchi furono fatte le prime ristrutturazioni”.

“Nel 1975 Santo Stefano di Sessanio era un cumulo di case con i tetti crollati, oggi è un brand internazionale per cui alcune discrasie non devono fermare questo recupero che per molti è indicato come progetto pilota anche per gli altri centri dell’Appennino”, dice il titolare dell’Osteria della Posta di Poggio Picenze, che a Santo Stefano ha progettato e realizzato la maggior parte delle strutture turistiche che ruotano attorno al fenomeno Sextantio.

“Si parla di del borgo impropriamente, come se tutto appartenesse a Kihlgren – aggiunge – invece il paese è dotato di 250 posti letto, la maggior parte dei quali appartiene a imprenditori locali”.

Certo, ammette Cardelli, di strada da fare ce n’è ancora tanta: “C’è qualche disorganizzazione, non c’è troppa sinergia tra gli operatori, ma ci sono servizi al turismo che cercano di mettere insieme i vari soggetti creando una filiera, ci sono piccole aggregazioni tra operatori, quello che manca forse è una progettualità comune, che però va formata nel tempo”.

Quelle che operano a Santo Stefano “sono tutte persone che dieci anni fa non facevano questo lavoro, e fare turismo a livello alto è una professione più che un mestiere”, dice Cardelli.

Le potenzialità non mancano, “l’area delle cosiddette Terre della Baronia di Carapelle suscita attenzione turistica, il ‘brand’ Gran Sasso porta persone su questo territorio”, tuttavia “dobbiamo passare da un turismo spontaneo, di chi magari vuole evadere dalla confusione delle metropoli, a uno più strutturato”.

Anche secondo Cardelli, che parla di bilancio altamente positivo di un ventennio di attività turistica, c’è stata una flessione significativa delle presenze, più che dopo il terremoto del 2009 a seguito di quello di Amatrice (Rieti) del 24 agosto scorso.

“Chi arriva a Santo Stefano spesso già conosce una parte di storia, della natura, la parte monumentale – spiega – si tratta di piccoli gruppi che vogliono venire a vedere questo posto che per certi aspetti è rimasto incontaminato”.

“Indubbiamente se non ci fosse stato Sextantio che è riuscito a veicolare il messaggio a livello internazionale non ci sarebbe stato lo sviluppo che ci è stato – aggiunge – ma le attività turistiche fanno parte dell’economia del territorio, insieme alla pastorizia, alle biodiversità e ai prodotti tipici. Noi siamo motivati più che mai!”.

Il Cardelli architetto garantisce poi che “gli edifici sono solidi, anche perché i centri storici antichi per le vicende del passato sono stati costruiti con leggi non scritte ma sperimentate dalla storia, quindi nonostante la forza del terremoto hanno resistito. Anche la famosa torre medicea non sarebbe crollata – spiega – se non fosse stato fatto quell’intervento alla metà del secolo scorso attraverso la realizzazione di una piattaforma di cemento armato sulla sua sommità”.

Infine, un appello alle istituzioni, dopo che Santo Stefano di Sessanio, come decine di altri paesi d’Abruzzo è rimasto isolato per giorni a causa delle abbondanti nevicate di fine gennaio: “Gli eventi naturalistici non sono fenomeni ingovernabili, appaiono incredibilmente insormontabili quando l’organizzazione degli enti territoriali manca, si bloccano le strade ma per l’incapacità e per la mancanza dei mezzi, perché sono tutte cose che possono essere superate”.

La neve, d’altra parte, “è una risorsa non una calamità, frequentare Campo Imperatore durante la stagione nevosa è una delle maggiori aspirazioni del turista che viene in Abruzzo”.