L’AQUILA – “Quelli che hanno organizzato la Superlega sono, guarda caso, club ricchissimi ma pieni di debiti. Un’élite che non sopporta che squadre come l’Atalanta giochino in Champions League, che ha una ‘cultura’ che da anni cerca di imporre un modello che con la nostra cultura non ha nulla a che vedere. Questo non è sport, questo non è più calcio, ma la ‘controrivoluzione’ dei ricchi. E non ci sono leggi che impediscano a certa gente di fare quello che vuole. Solo l’importanza sociale del calcio può bloccare questa deriva”.
Afferma tutto questo e molto altro l’ex dirigente Antonio Papponetti sul caos, e chiamarlo caos è davvero un eufemismo, che sta letteralmente scuotendo il calcio europeo dopo che 12 club (Ac Milan, Arsenal Fc, Atlético de Madrid, Chelsea Fc, Fc Barcelona, Fc Internazionale Milano, Juventus Fc, Liverpool Fc, Manchester City, Manchester United, Real Madrid Cf e Tottenham Hotspur9, hanno annunciato l’accordo per la nascita di una nuova competizione privata a numero chiuso.
Annuncio che ha scatenando la violenta reazione da parte di Fifa, Uefa e Federazioni nazionali “coinvolte”, tra minacce di esclusioni dei giocatori addirittura dalle Nazionali persino agli Europei e ai Campionati del Mondo, controriforme della Champions League da cui potrebbero essere escluse subito le squadre che partecipano alla Superlega (stessa sorte per il Manchester United in Europa League), insulti di ogni tipo anche al presidente della Juventus, Andrea Agnelli, e, va detto chiaramente, pochi applausi di approvazione, mentre il pallone continentale, soprattutto per gli elevati costi di gestione della “macchina” e per gli stipendi in alcuni casi elevatissimi dei calciatori, è ancora bloccato dall’emergenza Covid-19 che ha tolto di mezzo da oltre un anno pubblico e relativi incassi.
L’aquilano, ex arbitro, già presidente della sezione Aia aquilana, ex designatore degli arbitri abruzzesi, ex presidente del Comitato della Figc Abruzzo dal 1984 al 2001, ex presidente nazionale del Settore giovanile e scolastico nazionale dal 2002 al 2005 e poi vice presidente del Settore tecnico, che nel 2015 è stato seduto alla presidenza dell’Amiternina di Scoppito (L’Aquila), si dice “sconsolato” ad AbruzzoWeb in una intervista strappata mentre “è in corso una guerra tra bande”.
“Sono quindici, venti anni che provano a fare questo – spiega Papponetti a questo giornale – ed è evidente che era già tutto pronto. Si tratta di grandi club ma pieni di debiti, che hanno sofferto di più le restrizioni per l’emergenza Covid-19. Ma è pur sempre gente che, al di là dei mancati incassi, ha pensato quasi esclusivamente a spendere, senza guardare al resto”.
“E poi, c’è un problema di natura ‘culturale’ – continua l’ex dirigente del calcio italiano – nel calcio è giusto che anche i ‘piccoli’ entrino in Champions League, o vincano un campionato nazionale. Penso all’Atalanta, esempio di chi è stato bravissimo a far crescere i calciatori con un progetto sportivo e a farli partecipare alla massima competizione europea. Invece, qui siamo nel calcio nelle mani di sceicchi, di uomini d’affari cinesi, gente a cui del calcio non frega assolutamente nulla. Ma la nostra cultura, la cultura italiana, è diversa, sarebbe quella di dare possibilità di crescita anche a chi non è potente, ma vedo che ormai è tutto nelle mani di questo ‘club esclusivo’ in cui sostanzialmente pochi ricchi fanno quello che vogliono senza che nessuno sia in grado di fermarli”.
“Le colpe di Fifa e Uefa? Qui l’unica colpa è voler fare soldi su soldi. Fifa e Uefa hanno sempre fatto in modo di avere grandi incassi e dividerli, ma poi c’è il Barcellona che si ‘incazza’ perché deve dividere gli incassi con l’Atalanta. E la colpa di chi è? Dell’Atalanta? – dice poi Papponetti – Siamo di fronte a una mera operazione finanziaria, non c’è molto altro da dire. Quando entrano in gioco colossi del mondo bancario e finanziario come Jp Morgan, che cosa ti aspetti?”.
“D’altra parte, sono le stesse società che si danno le regole. Il governo della federazione è composto dalle società. E così si assiste alla richiesta da parte di sette società alle dimissioni di Paolo Dal Pino dalla presidenza della Lega Serie A, dopo che pochi mesi fa era stato rieletto quasi all’unanimità. Insomma, qui guardano soli ai soldi. Mentre il nostro ‘quasi conterraneo’, Gabriele Gravina, presidente della Figc, aveva giustamente cercato di imporre i regolamenti del Coni: quando c’è da prendere delle decisioni, serve il 50 per cento più 1. Invece, a qualcuno questo non andava bene”.
“Come finirà? Ho ascoltato le parole di Gianni Petrucci, tra l’altro ex presidente della Federazione italiana pallacanestro, che si è detto scettico sulla possibilità di stoppare quanto sta accadendo, a meno che non ci si aggrappi al peso sociale che ha il calcio in Europa. Lui ha fatto l’esempio dell’Eurolega di basket, progetto che non sono riusciti a bloccare, ma il basket in Europa non ha la stessa importanza e la stessa popolarità che ha il calcio. Intanto, c’è in corso una guerra tra bande perché ci si è spinti troppo avanti”, conclude.






