L’AQUILA – Sarà pur vero, che “il superbonus sia costato oltre 70 miliardi, che salgono a più di 110 se si aggiungono anche gli sconti sulle facciate e gli altri bonus edilizi, per efficientare meno del 4% degli edifici, di cui gran parte seconde case, scaricando su ogni italiano un debito di 2 mila euro”,  come ha tuonato la premier Giorgia Meloni in parlamento, a giustificare la stretta introdotta alla misura introdotta dal secondo governo di Giuseppe Conte.

Se si va però a vedere quello che ha spiegato, numeri alla mano, Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, in audizione presso la Commissione Finanze e tesoro del Senato, si scopre che di questo “grande spreco”, o giù di lì, hanno beneficiato soprattutto le regioni del Centro Nord. Molto, ma molto meno, quelle del Sud, Abruzzo compreso. A restituire ancora una volta, la fotografia un paese a due velocità. Questo perché, come  ha spiegato alla Gazzetta del Mezzogiorno il professor Gianfranco Viesti, “eliminando lo sconto in fattura, diventa una misura per chi se lo può permettere”, E al Nord le famiglie sono in media più ricche.

Tra aprile del 2022 e gennaio del 2023, l’Abruzzo ha visto una riduzione del 43% di investimenti agevolati del Superbonus, grazie alla possibilità di pagare con i crediti di imposta, cedibili anche a terzi, possibilità  poi progressivamente ridimensionata. In altre regioni del sud, come la Calabria si è registrata una contrazione addirittura del 68%, in Campania del 61%, in Sicilia del 54%, in Puglia del 50%. In Molise del 44% in Basilicata del del 32%. Male anche Lazio con il – 41% e l’Umbria con il – 34%

Al centro-Nord invece gli investimenti non solo non si sono fermati, ma in alcuni casi sono anche cresciuti. In particolare il Trentino-Alto Adige che ha fatto registrare un incremento addirittura del 331%. In Valle d’Aosta l’incremento è stato del 90%, in Toscana ed Emilia Romagna del 53%, in Liguria del 49%, in Friuli del 12%, in Piemonte del 5%. Stabile solo in Lombardia, in leggera flessione, del 3%, il Veneto, infine ci sono le Marche con l’1%.

Al Nord est, in particolare, lo Stato per consentire ai cittadini,  a prescindere dal reddito, di efficientare la casa pressoché gratis, ha investito in media  1.291 euro per abitante, altrove 1.100 euro.

Tra i fattori che possono contribuire a spiegare questi andamenti, secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio, c’è il cambiamento dell’assetto normativo, in particolare quello relativo alla cedibilità dei crediti di imposta e le maggiori difficoltà economiche delle famiglie hanno impedito di continuare nell’opera di ristrutturazione del patrimonio edilizio. Al Nord, invece, la maggiore capacità contributiva ha permesso di andare avanti.

Come a dire, dell’enorme esborso per le casse dello Stato ha beneficiato la parte già ricca del Paese.

Spiega dunque il professor Viesti: “il 63% delle risorse per Superbonus sono andate al Nord. Prima dei cambiamenti iniziati con il governo di Mario Draghi, secondo il monitoraggio Enea, c’era abbastanza equilibrio. Il Sud aveva una quota lievemente più bassa, con un picco nelle zone turistiche. Poi, eliminato lo sconto in fattura, bisogna anticipare l’intero importo e la modalità seleziona chi è in grado di farlo”,

Ma lo sconto in fattura, sottolinea il docente, “serviva a consentire l’accesso ai lavori anche a chi non aveva contante o risorse correnti. Tolto lo sconto, ci vuole un finanziamento che si recupera con lo sgravio sul reddito. E bisogna avere un reddito da cui recuperare lo sgravio. Per questo il Superbonus ora c’è di più al Nord, dove ci sono maggiori redditi medio-alti”.

In questi giorni, comunque, il governo è impegnato ad allentare la stretta, con vari provvedimenti emendativi.

Uno di questi riguarda da vicino anche l’Abruzzo, con la proroga del Superbonus 110% fino al 31 dicembre 2025, per gli interventi di efficientamento energetico e di miglioramento sismico effettuati nelle aree colpite da eventi sismici sia nel 2009 che nel 2016-2017, e dove è stato dichiarato lo stato di emergenza. Un nodo da risolvere riguarda le abitazioni danneggiate dal sisma, ma che sono fuori dal perimetro dei crateri sismici.

C’è poi il tema dirimente dei credito incagliati delle banche, che hanno esaurito la capienza fiscale per portare in detrazione i titoli acquistati, per circa 19 miliardi, L’ipotesi di una compensazione con gli F24 presentati dai contribuenti agli sportelli bancari è stata bocciata dal Mef. Altra ipotesi è dunque quella di spalmare su dieci anni, e non più su cinque anni, il periodo durante il quale portare in detrazione le spese. Per “assorbire” in sole quattro rate lo sgravio, infatti, servirebbe un reddito minimo di 40 mila euro. Portando la detrazione in 10 rate anche i redditi più bassi sarebbero in grado di assorbirla. E in questo caso è una misura anche a favore del Sud.

Parlando degli oneri che ne sono derivati per lo Stato, l’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio ha sottolineato che “aver posto l’intero costo dell’intervento a totale carico dello Stato senza introdurre elementi di selettività ha generato una spesa nettamente superiore a quella per gli interventi di riqualificazione energetica agevolati in precedenza: il cosiddetto ecobonus ammontava a circa 4,5 miliardi nel 2020. Gli investimenti asseverati a solo titolo di superbonus energia a tutto gennaio 2023 hanno raggiunto i 65,2 miliardi di cui 49,7 completati.

Alla luce di ciò è stato evidenziato che “l’onere per la finanza pubblica ha superato sensibilmente le aspettative iniziali, che erano basate su una previsione ufficiale di spesa di 35 miliardi per l’intero periodo di validità della misura. Sommato agli altri bonus edilizi – bonus facciate, ristrutturazioni, ecc. – il costo delle agevolazioni è destinato a superare anche l’importo – già rivisto al rialzo – di 110 miliardi sottostante le previsioni ufficiali del conto economico delle Amministrazioni pubbliche risalenti alla Nadef dello scorso autunno”.

L’Ufficio parlamentare di bilancio, ha poi evidenziato che “l’impiego di queste ingenti risorse ha comportato sensibili effetti macroeconomici: il settore delle costruzioni è effettivamente cresciuto in misura marcata nel biennio 2021-22 e di più rispetto a quello degli altri Paesi europei, anche se è opportuno considerare che l’edilizia è stata sospinta non soltanto dal comparto residenziale, ma anche dalla componente non residenziale e dalle opere pubbliche”.

Il problema è però che “l’insieme dei crediti di imposta connessi con i bonus edilizi, con gli incentivi agli investimenti e con la crisi energetica sta mettendo a dura prova la capacità di assorbimento del sistema. Le compensazioni dei crediti sono passate da 8,4 miliardi del 2019 a 30 miliardi nel 2022 e sono destinate ad aumentare ancora per raggiungere, già allo stato attuale dei lavori, un picco nel 2024. In particolare, dai dati delle compensazioni dei primi due mesi del 2023 emergono chiari segnali di un incremento significativo dei crediti edilizi rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente”.

L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, in definitiva, ha sottolineato le criticità connesse a misure poco selettive sia rispetto all’oggetto dell’incentivazione sia dei beneficiari e ha chiarito che “un’analisi puntuale dei risultati conseguiti dal superbonus in termini di risparmio energetico potrà consentire di orientare gli incentivi verso gli interventi più efficienti in termini di rapporto costi/benefici. Inoltre, in una prospettiva di razionalizzazione delle spese fiscali, andrebbe valutato se una misura selettiva di incentivazione del risparmio energetico possa risultare più efficiente ed efficace se erogata attraverso un programma di spesa”.