L’AQUILA – L’ordine e la disciplina che caratterizzano l’ambiente militare uniti alla mancanza di luoghi di aggregazione, stimoli e interessi, in una città smembrata dal terremoto, possono innescare la voglia di trasgressione che troppo spesso culmina in violenza sessuale.
A spiegarlo ad AbruzzoWeb è la psicologa Giovanna Di Gianfrancesco, dottoressa della Penelope onlus, in un’intervista per approfondire i risvolti psicologici e le dinamiche legate all’episodio di violenza avvenuto all’Aquila la scorsa settimana, dove una ragazza è rimasta vittima di un presunto stupro all’esterno della discoteca Guernica di Pizzoli.
Un episodio gravissimo, che ha scosso la città, per il quale sono indagati quattro giovani, tre militari e una ragazza.
Ovviamente è bene non generalizzare. Si parla, come spiega la dottoressa, di “individui non ben strutturati e immaturi”, in cui la rabbia e la frustrazione accumulate possono essere sfogati all’esterno con episodi violenti.
In questi giorni di grande clamore mediatico attorno a questo caso, bisogna fare molta attenzione all’atteggiamento morboso dei media, anche nell’indugiare su particolari molto intimi.
“Rivivere questa esperienza attraverso i media o negli occhi giudicanti di chi ti sta attorno – dice la psicologa – è un ulteriore trauma che si aggiunge a quello dello stupro”.
Si può tornare alla normalità dopo un trauma così grande? Come cambia la vita di una persona dopo una violenza del genere?
Innanzitutto è bene chiarire una cosa. Erroneamente si pensa che lo stupro sia un impulso sessuale irresistibile causato da un comportamento della vittima, o dalla sua avvenenza, o da un comportamento imprudente.
Lo stupro non nasce da un desiderio erotico, ma affonda le sue radici nella volontà di annientamento fisico e psicologico della vittima.
Per quanto riguarda le reazioni, non esistono tempi e modi di superamento del trauma validi per tutte le donne, come non esistono reazioni uguali per tutte alla violenza subita.
Alcune reagiscono immediatamente, altre dopo molto tempo e anche il recupero rispetto al trauma subito può variare in base a risorse personali e ai trattamenti psicologici messi in atto.
La maggior parte delle donne violentate manifesta sintomi di ansia acuta nelle settimane successive all’aggressione e un terzo delle donne che subiscono violenza sviluppa il disturbo post-traumatico da stress (Ptsd, post-traumatic stress disorder).
In particolare, chi ha subito violenza ricorda spesso il trauma vissuto oppure ne rivive il ricordo durante incubi notturni. Inoltre, può essere turbata da tutto ciò che può essere associato all’evento traumatico (come ad esempio l’oscurità se lo stupro è avvenuto di notte).
Per quanto riguarda l’attivazione fisiologica, i sintomi comprendono difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme. Fra le persone con Ptsd sono comuni pensieri di suicidio, esplosioni di rabbia e sintomi fisici correlati allo stress.
I contorni della vicenda sono ancora poco chiari, ma è possibile che non ci sia un solo responsabile o che comunque ci sia stata una complicità anche da parte degli altri militari che erano insieme al principale sospettato. Che meccanismi si nascondono dietro al fatto che spesso chi assiste a una violenza non riesce a tirarsi indietro e a reagire?
Le motivazioni psicologiche che sono alla base delle azioni degli stupratori possono essere diverse, pur conducendo tutte a manifestazioni di violenza che possono avere esiti drammatici.
Lo stupro collettivo è il frutto di precise progettualità, pensate e meditate per infliggere volutamente alla vittima un grado di umiliazione elevato. Il gruppo diventa il palcoscenico e il luogo di misurazione della forza e della potenza individuali, nonché l’ occasione nella quale il singolo può agire la propria distruttività protetto dall’anonimato.
Anche chi assiste allo stupro senza parteciparvi diventa complice del gruppo, solitamente il personaggio “inerme” è psicologicamente il più debole, è il sottoposto del leader e da questi ne subisce tutta l’autorità.
Il fatto che i presunti responsabili siano militari ci dice qualcosa? Magari la violenza può essere legata una sorta di repressione causata dalla vita ‘reclusa’ della caserma?
La cronaca più recente ha visto protagonisti, in negativo, i militari (ricordiamo Salvatore Parolisi, accusato del terribile omicidio della moglie). Certamente l’ambiente militare, come tutti gli ambienti fortemente gerarchizzati e dove l’ordine e la disciplina rappresentano i principi cardine sui quali si fonda tutta l’organizzazione, può essere un terreno fertile per la coltura di istinti, sensazioni e voglie represse.
La rabbia e la frustrazione accumulate, negli individui non ben strutturati e immaturi, possono essere sfogati all’esterno con episodi violenti come, per esempio, lo stupro di Pizzoli.
Un fatto di cronaca come il presunto stupro avvenuto qualche giorno fa può essere visto come connesso anche alla situazione traumatica che vive L’Aquila terremotata, dove i giovani sono spaesati e senza più punti di riferimento?
Purtroppo il terremoto è un evento traumatico che in modi differenti, ha colpito tutta la popolazione aquilana che si è trovata a sopportare fisicamente e psicologicamente, un dramma che ha cambiato radicalmente non solo l’assetto territoriale, ma ha inciso negativamente sugli stili di vita.
Per i giovani, la mancanza di luoghi dove poter socializzare e dove poter esprimere la propria creatività viene vissuta in maniera ancora più traumatica rispetto all’adulto. La noia, la mancanza di interessi, potrebbero innescare voglia di trasgressione che troppo spesso culmina in violenza.
Si sono scatenate alcune polemiche sull’atteggiamento dei media a indugiare sui particolari più morbosi della vicenda. In quale misura questa eccessiva attenzione mediatica po’ danneggiare la vittima e quali effetti può avere sull’opinione pubblica?
Le conseguenze della violenza sessuale sono altamente traumatiche per la vittima. Rivivere questa esperienza attraverso i media o negli occhi giudicanti di chi ti sta attorno, è un ulteriore trauma che si aggiunge a quello dello stupro.
Da sempre infatti le idee più diffuse sullo stupro, presenti sia nella cultura popolare che scientifica, hanno determinato gravi conseguenze per la vittima che viene spesso considerata responsabile della violenza subita.
Nonostante l’atrocità e le conseguenze proprie di queste esperienze molte donne, attraverso il supporto della famiglia e il sostegno psicologico di un professionista sono riuscite comunque a riprendersi la loro vita e a riprogettare il loro futuro.
È importante che sia la vittima sia le persone a lei care non siano lasciate sole ad affrontare il trauma della violenza subita e ancora di più che il mondo non si limiti a guardare con senso di impotenza l’aumento di atti violenti nei confronti delle donne, ma che le affianchi nel loro dolore sia da un punto di vista psicologico che legislativo.





