L’AQUILA – Insieme alle ordinanze piovono i paradossi sul caso Stamina, ormai nel pieno caos giuridico.
Gli Spedali Civili di Brescia rifiutano di somministrare le infusioni di cellule staminali a molti pazienti, tra cui la piccola Noemi Sciarretta di Chieti, e i giudici ordinano che sia proprio la Stamina Foundation a procedere.
Il Tribunale dell’Aquila ha infatti affidato alla biologa Erica Molino, indagata insieme al presidente di Stamina Davide Vannoni, il compito di “nominare i membri dell’equipe medica” che sarà “incaricata di condurre il trattamento in sostituzione degli ospedali di Brescia”.
La nomina del collegio giudicante presieduto da Ciro Riviezzo è stata fatta ma l’efficacia è a decorrere dal 25 luglio.
La Molino è una collaboratrice stretta del fondatore del metodo e a Torino è accusata di esercizio abusivo della professione di biologa.
La stessa non potrà materialmente praticare le infusioni in quanto non è un medico e fino a qualche mese fa non era neanche iscritta all’albo, tanto che le era stato impedito l’accesso all’ospedale lombardo fino al superamento dell’esame di Stato.
I giudici dell’Aquila hanno seguito la linea dei colleghi del tribunale di Pesaro che avevano deciso di nominare, in qualità di ausiliario del giudice, Marino Andolina, medico triestino vicepresidente di Stamina Foundation. In quel caso l’infusione riguardava Federico Mezzina, bimbo di Fano affetto da morbo di Krabbe, ed è stata effettuata il 7 giugno scorso.
Del caso di Noemi, affetta da atrofia muscolare spinale, si era interessato anche Papa Francesco, che a ottobre 2013 aveva telefonato ai genitori e poche settimane dopo li aveva ricevuti in Vaticano, con la piccola. La vicenda era stata seguita anche dalla trasmissione le Iene, che alla piccola avevano dedicato ampi servizi.
L’ordinanza è indice del caos giuridico che vige su Stamina. Sulla vicenda di Noemi, ad esempio, due giudici di Chieti avevano detto no alle infusioni, poi il tribunale dell’Aquila aveva invece accolto il ricorso dei genitori.
L’Abruzzo si era avvicinato al metodo di Vannoni e lo aveva fatto attraverso una risoluzione approvata all’unanimità in Consiglio regionale d’Abruzzo, con cui chiedeva al ministero della Salute di attivarsi per garantire la possibilità di accesso alle cure staminali.
L’inchiesta della procura di Torino, chiusa ad aprile con 20 richieste di rinvio a giudizio non ha comunque fermato le sentenze che impongono le infusioni.




