L’AQUILA – “La macchina OCT è rotta. Mi si dice che non solo l’esame non verrà effettuato, ma che non sarà più possibile prenotare alcunché in quella sede. Nessuna sostituzione, nessun rinvio. Annullamento totale. A tempo indeterminato. Anzi: secondo quanto riferito, il fermo potrebbe durare anni. Anni”.
La segnalazione arriva ad AbruzzoWeb da un lettore che preferisce restare anonimo e che riporta nel dettaglio la sua dolorosa storia personale che riguarda il difficile percorso di assistenza all’interno della sanità pubblica, in questo caso nel reparto di Oculistica dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, dove da tempo non è più possibile effettuare l’Oct, la tomografia ottica, esame indicato per i pazienti nei quali si sospetta una malattia della cornea, della retina e del nervo ottico.
Questo perché “la macchina Oct è rotta”, secondo quanto riferito dalla Banca degli Occhi, centro di riferimento regionale per Abruzzo e Molise e punta di eccellenza anche nel panorama nazionale, che in oltre 20 anni ha effettuato centinaia di trapianti di cornee e processato migliaia di tessuti.
Nella lunga e precisa lettera aperta, che di seguito riportiamo integralmente, il paziente denuncia quella definita “la ‘nuova’ normalità”, sottolineando: “Le macchine si rompono e non si riparano. I pazienti vengono respinti. Le diagnosi urgenti diventano problemi personali. La sanità pubblica, quella che dovrebbe garantire cura e dignità a tutti, è diventata un’illusione burocratica, un labirinto kafkiano dove la speranza si scontra con la realtà. E nel frattempo, noi ci abituiamo. Ci abituiamo a chiamare ‘casi’ quelli che sono disastri giornalieri. Ci abituiamo a pagare due volte: con le tasse e poi con le fatture del privato. Ci abituiamo all’umiliazione di non essere ascoltati, all’angoscia di dover mendicare una visita, al dolore di essere invisibili perfino quando si sta perdendo la vista”.
Lettera aperta
“Occhio non vede, ASL non provvede Cronaca di una sanità pubblica in disfacimento”
A chi di dovere. A chi ancora ha il coraggio di guardare. Ai cittadini esausti. A tutti quelli che non si arrendono.
Questa non è la storia di un disservizio. Non è nemmeno la cronaca dell’ennesima macchina rotta. Questa è la fotografia nitidissima, più di qualsiasi OCT, dello stato di coma irreversibile della nostra sanità pubblica. E no, non è un problema di oggi, non è colpa dell’ultimo direttore generale o del nuovo assessore alla sanità. Non è questione di partiti, né di bandiere. È il risultato stratificato e marcio di cinquant’anni di gestioni approssimative, tagli scellerati, incapacità cronica e totale disinteresse verso il cittadino.
Il fatto
Nel 2024, in seguito a un gravissimo lutto familiare che mi ha segnato profondamente, ho iniziato ad accusare un improvviso e pesante calo della vista all’occhio sinistro. Una situazione tanto rapida quanto spaventosa: da un giorno all’altro, quasi non vedevo più. Il primo istinto è stato ovviamente rivolgermi alla sanità pubblica, alla quale ho sempre cercato di affidarmi con fiducia e pazienza, pur conoscendone i limiti.
Dopo mesi d’attesa – sì, mesi – mi viene finalmente diagnosticata una corioretinopatia sierosa centrale acuta e ingravescente. In parole povere, una condizione oculare grave, potenzialmente invalidante, da trattare con urgenza per evitare danni irreversibili. Il tutto rilevato grazie a un esame OCT (Tomografia Retinica Oculare) presso l’Ospedale Regionale San Salvatore di L’Aquila, centro di riferimento e casa della ben nota “Banca degli Occhi”.
Fin qui, si potrebbe dire: meglio tardi che mai. Ma è da questo punto in poi che la vicenda assume i tratti grotteschi e inquietanti del vero dramma sistemico. Il problema, si sa, non è solo avere la diagnosi. È seguirla, monitorarla, curarla. E con i tempi della sanità pubblica, questo, semplicemente, non è possibile. Dunque, a malincuore, mi sono dovuto rivolgere a cure private, con esborsi non indifferenti, scegliendo un oculista dello stesso team della Banca degli Occhi: perché quando c’è di mezzo la vista, e in particolare la tua vista, non puoi aspettare otto mesi tra un controllo e l’altro. Non puoi sperare che tutto vada bene, semplicemente perché la macchina pubblica gira troppo lentamente.
Dopo diversi mesi di monitoraggi regolari, a Febbraio 2025 ripeto l’OCT. Le cose sembrano migliorare, ma non sono affatto risolte in modo rassicurante e definitivo: serve un altro controllo, fondamentale, previsto per il 6 Maggio. Prendo l’appuntamento, aspetto. Organizzo la mia vita attorno a quel giorno, come fanno migliaia di persone che ogni giorno combattono con una sanità che sembra un muro invalicabile. Poi, la telefonata.
Qualche giorno prima del controllo, vengo contattato dalla Banca degli Occhi di L’Aquila. Una voce gentile, ma impersonale ed affatto empatica, mi comunica che l’appuntamento è annullato. Motivo? La macchina OCT è rotta. Fosse solo questo. Mi si dice che non solo l’esame non verrà effettuato, ma che non sarà più possibile prenotare alcunché in quella sede. Nessuna sostituzione, nessun rinvio. Annullamento totale. A tempo indeterminato. Anzi: secondo quanto riferito, il fermo potrebbe durare “anni”. Anni.
Mi permetto di insistere. Chiedo almeno uno spostamento, un rinvio in un futuro prossimo, sperando che nel frattempo la macchina venga riparata. Niente da fare. Ho chiesto – come chiunque avrebbe fatto – di parlare con un responsabile, di avere un riscontro scritto. Di mettere nero su bianco quanto appena affermato. Mi è stato detto che era inutile insistere. Mi è stato fatto capire che non c’era margine. Il mandato era quello: disdire tutto e non prenotare più nulla. Fine.
Ma non è finita qui. Decido allora di provare a muovermi da solo. Verifico con il CUP per provare a prenotare l’OCT autonomamente, ma quella prestazione non è prenotabile. Non è nemmeno a sistema. Non esiste. L’unico modo per prenotare è attraverso la Banca degli Occhi, cioè lo stesso ambulatorio che mi ha “rifiutato”. Alternative?
Tre, tutte improponibili: 1. Aspettare otto mesi per un appuntamento ad Avezzano o Sulmona (ammesso che ci siano davvero delle disponibilità ragionevoli e non di otto mesi come dice il CUP, e comunque con le difficoltà logistiche, tempistiche ed i costi che ciò comporta); 2. Non fare niente e aspettare e sperare che fra qualche mese/anno la macchina torni in operatività (e nel frattempo la malattia aspetterà?); 3. Pagare. Ancora. Ancora. Ancora. Perché ormai il cittadino è questo: un mendicante di diritti. O, peggio, un cliente con carta di credito.
Eppure, tutto questo accade sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno. Ogni mese. Non è un’eccezione. È la normalità. La “nuova” normalità. Le macchine si rompono e non si riparano. I pazienti vengono respinti. Le diagnosi urgenti diventano problemi personali. La sanità pubblica, quella che dovrebbe garantire cura e dignità a tutti, è diventata un’illusione burocratica, un labirinto kafkiano dove la speranza si scontra con la realtà.
E nel frattempo, noi ci abituiamo. Ci abituiamo a chiamare “casi” quelli che sono disastri giornalieri. Ci abituiamo a pagare due volte: con le tasse e poi con le fatture del privato. Ci abituiamo all’umiliazione di non essere ascoltati, all’angoscia di dover mendicare una visita, al dolore di essere invisibili perfino quando si sta perdendo la vista. E tutto questo, mentre tutti i partiti, tutte le istituzioni, tutti i dirigenti si passano la palla. Sempre colpa di qualcun altro. Sempre responsabilità di un altro ufficio. Sempre l’eredità di una gestione precedente. Nessuno mai che dica: “È colpa mia, rimetto a posto le cose”.
No, non è questione di politica. È questione di civiltà. Di umanità. Di giustizia sociale. Non può esistere una sanità pubblica che ti dice, con indifferenza: “Vai dal privato o aspetta un anno”. E chi non può permetterselo? Cosa deve fare? Accettare di perdere la vista? Di morire in coda a un numero verde?
Scrivo questa lettera per denunciare. Ma anche per testimoniare. Perché questa non è solo la mia storia. È la storia di centinaia, migliaia di persone che ogni giorno vivono lo stesso incubo. Che si sentono dire: “La macchina è rotta”, “L’esame non è disponibile”, “Non c’è posto”, “Riprovi tra un anno”.
E soprattutto, scrivo per lanciare un appello: smettiamola di accettare tutto questo. Smettiamola di essere complici del nostro stesso abbandono. Non è normale che una macchina essenziale in un ospedale regionale resti rotta per mesi o anni. Non è normale che un cittadino malato debba fare da sé, inventarsi soluzioni, elemosinare assistenza. Non è normale che chi dovrebbe curare, gestire, rispondere, non sia mai disponibile, mai reperibile, mai responsabile.
La sanità non è un favore. È un diritto, almeno secondo la nostra Costituzione. E finché continueremo a tacere, finché resteremo spettatori, finché ci accontenteremo di soluzioni personali, la demolizione del bene pubblico continuerà. Un pezzo alla volta. Una macchina rotta alla volta. Un occhio alla volta.
Firmato: Un cittadino che non ci vede più (…e speriamo solo dalla rabbia!)





