PESCARA – Colpe scaricate su assistenti e impiegati: si sono quasi tutti giustificati così gli indagati della Rimborsopoli abruzzese ascoltati ieri dai pm Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli.

È quanto si è appreso a palazzo di Giustizia dopo una lunga giornata di interrogatori di alcuni dei 25 finiti nell’inchiesta pescarese.

Il primo a essere messo sotto torchio per due ore, carte alla mano e sul tavolo dei pm, è stato il presidente regionale Gianni Chiodi che, uscendo dagli uffici del tribunale, ha sentito il bisogno di dire di essere “molto soddisfatto” dell’interrogatorio, e di essere convinto di aver “chiarito tutto”.

Ma nonostante le sue risposte i magistrati hanno disposto ulteriori accertamenti su quanto ribattuto dal governatore e dagli altri indagati ascoltati ieri.

Quando però i cronisti hanno domandato a Chiodi se con i pm avesse affrontato la vicenda delle presunte amanti e dei favori fatti dopo i ‘love affair’, il governatore si è irrigidito e ha messo le mani avanti e spiegato: “Non mi è stato chiesto”.

Perché non fanno parte delle carte dell’indagine, suggerisce. Non dice di più, e rimanda tutto a una conferenza stampa che si terrà oggi.

Se Chiodi si ritiene sì soddisfatto delle risposte date ai pm, l’opinione pubblica invece gli chiede conto, attraverso le domande dei cronisti, quasi esclusivamente delle ‘amanti’, visto che il caso da giudiziario sembra diventato da ‘circolo a luci rosse’, come ha detto la senatrice aquilana del Pd Stefania Pezzopane, possibile candidata alle Regionali di maggio attraverso le primarie.

Love story e amanti è un argomento del quale Chiodi forse parlerà oggi, distante fisicamente dalla Procura.

Chiodi è stato il primo a presentarsi a palazzo di Giustizia in mattinata, poi davanti a Bellelli e Di Florio sono sfilati alcuni tra gli altri 24 indagati: il vice presidente Alfredo Castiglione, gli assessori al Lavoro, Paolo Gatti, all’agricoltura, Mauro Febbo, l’ex assessore alla cultura Luigi De Fanis (ai domiciliari per altra inchiesta), poi il consigliere Argirò.

L’indagine sui rimborsi delle missioni imputa ai 25 indagati reati che vanno da falso ideologico, truffa e peculato per cifre che complessivamente superano gli 80 mila euro, ma tutta l’inchiesta ha preso una piega diversa quando sono emerse le implicazioni ‘private’ del presidente della Regione.

Le amanti, l’hotel di Roma, gli incarichi regionali, il lavoro alla sorella dell’amante, sono argomenti trattati a più riprese dalla stampa e non sembrano essere entrati nell’interrogatorio di ieri del presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi.

Il quale più volte ha chiarito di non aver nessuna intenzione di dimettersi, tantomeno di rinunciare alla candidatura per le Regionali di maggio per il centrodestra.

E per ora tutto lo schieramento di centrodestra lo difende e persino l’assessore Mauro Febbo, tra gli indagati, contrattacca dicendo di aver “già detto ai pm che mi ricandido alla Regione, gliel’ho detto perché il mio primo reato in teoria sarebbe a Verona, e potrei chiedere la ricusazione. Ma siccome io voglio uscire da Pescara pulito, perché so che questa indagine nel mio caso è stata asettica, sono state prese le carte in modo acritico, io ne uscirò a posto. Tutti i miei conti quadrano alla lira”, conclude Febbo.

Tutti gli indagati ascoltati si sono insomma difesi e proprio il legale di Febbo, Massimo Cirulli, ha citato una legge regionale, la 40/2012, abrogata poi nel 2013, nella quale non si danno limiti alle spese per missioni fuori regione e una indennità pari a quella dei presidenti delle sezioni della Corte di Cassazione.

Il prossimo 10 febbraio sarà il turno del presidente del consiglio regionale Nazario Pagano, mentre il 14 febbraio sfileranno davanti ai giudici gli altri indagati.