CHIETI – “Sono d’accordo con Massimo Cialente, quella adoperata dal Ministero dei Beni culturali è una distribuzione assolutamente equa e che una volta tanto non danneggia i territori”.

Così il sindaco, Umberto Di Primio, sul decreto che ha individuato Chieti come sede della nuova Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio (Abeap) prevedendo la fusione in unico organismo della Soprintendenza Archeologica e di quella Belle Arti e Paesaggio, facendo insorgere politica e sindacati all’Aquila.

“Già in passato nella prima fase di riordino delle Soprintendenze avevo espresso il mio parere: l’Abruzzo ha una conformazione tale che ci consente di distribuire più uffici sul territorio regionale – dice il sindaco – È evidente che possiamo concentrare gli uffici a Chieti dove c’è tutta la Soprintendenza, mentre all’Aquila va benissimo che resti il Polo museale”.

“E lo dico – aggiunge – con un pizzico di invidia, visto che quest’ultimo è attattore di maggiori finanziamenti di quanto non lo siano gli uffici della Soprintendenza”.

“All’Aquila non è stato sottratto nulla – aggiunge – nelle due città ci sono le più importanti presenze archeologiche e monumentali; a Chieti c’è Villa Frigerj e la Civitella, avrei potuto anche io chiedere la sede del Polo museale, ma la concentrazione su una delle due città avrebbe determinato un danno per l’una o per l’altra”.

Chieti, insomma, “conserva gli uffici ed il luogo decisionale”, mentre il sindaco auspica “che ci fosse ancor più attenzione per i beni archeologici della città”.

Una distribuzione “assolutamente equa” per Di Primio, quella prevista dal decreto del ministro Dario Franceschini, con “L’Aquila che avrebbe tutto anche in termini di finanziamenti, mentre togliere la sede degli uffici da Chieti voleva dire sottrarglieli”.

Di Primio dice poi “basta con la teoria continua di dover prendere a tutti i costi la difesa del campanile quando non serve, se qualcuno mi crea un danno come sindaco devo insorgere, ma dobbiamo avere la forza di guardare l’Abruzzo nella sua interezza”.

“Nell’ottica della razionalizzazione guardare al campanile vuol dire morire di fame, finendo per mangiare l’unico prodotto che produce il tuo orticello”, conclude.