L’AQUILA – “Il mio sogno è fare di questo posto il camping più rinomato d’Italia. A partire dal territorio, funghi, boschi, pastorizia, senza stravolgere niente, bisogna mettere a frutto quello che c’è. Mi si dice: ‘Ma chi ti viene lassù che non c’è niente?’. Ma proprio questo è il punto, non c’è niente. Ma il niente qui è bello. È difficile ormai trovare il niente. Il niente è bello. Ho scelto questo posto: qui sono nate le mie figlie. Questa scelta è un po’ al confine tra il coraggio e la follia”.

Una testimonianza vera, come le montagne, sul crinale della speranza del domani e della difficoltà del presente. Una delle mille che è stata registrata e certosinamente trascritta dal gruppo di ricercatori coordinati da Lina Calandra, professoressa di Geografia all’Università degli Studi dell’Aquila, e che ora sono disponibili nel volume “Il territorio dei miei sogni, percorsi e mappe per la valorizzazione economica e sociale del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga”, esito finale di un progetto che ha portato ad intervistare, cosa forse mai accaduta, quasi 500 persone, appartenenti a tutte le classi sociali e ambiti di interesse, nell’intero territorio del Parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga, da Arquata del Tronto nelle Marche,  fino a  Castiglione a Casauria, in provincia di Pescara. 

“La ricerca ha restituito una fotografia attuale e concreta del territorio del Parco – spiega Calandra nell’introduzione -, scattata attraverso il filtro delle percezioni di coloro che lo vivono e vi operano quotidianamente. Attraverso l’interpretazione delle speranze, dei desideri, dei sogni delle persone, si forniscono elementi preziosi per immaginare il futuro di comunità, luoghi, territori, a partire da ciò che realmente le persone desiderano di essere e di realizzare”.

Una lettura consigliabile anche a molti candidati alle regionali del 10 febbraio che ripetono un giorno si e l’altro pure, la tiritera del salvare rivitalizzare le aree interne e montane, “depredate dalla costa”, “in via di spopolamento”, “miniere di bellezza”, da “avvicinare a Roma con la ferrovia”, e via declamando. Talvolta senza neanche capire i veri termini del problema, avendo da buoni metropolitani, una conoscenza solo domenicale e ludica delle mitiche aree interne e montuose. 

Guardando ai freddi numeri di sintesi della ricerca, la maggior parte delle persone, il 46 per cento, esprime sogni che si situano alla scala “Parco e oltre”, ovvero ritengono che la soluzione dei problemi non può essere trovata a livello locale, né tantomeno individuale.

Le sfere d’interesse per le quali maggiormente si ravvisa la necessità di interventi alla scala generale sono quelle del turismo, delle produzioni locali, della fauna selvatica, della cura e gestione del territorio. 

in riferimento agli incentivi, il discorso cade soprattutto sui giovani rispetto ai quali viene sottolineata la carenza di iniziative ma ancor di più l’inadeguatezza di quelle che ci sono.

La percezione generale è che il territorio stia presentando oggi il conto di anni di assenza di una “vera”politica del territorio in termini di manutenzione, di adeguamento a mutate condizioni, di progetti discussi per decenni e mai realizzati.
Un’evidenza che prima di tutto ostacola i sogni di chi vuole fare economia nelle aree interne.

Ecco qualche testimonianza in merito:  “Noi saremmo intenzionati ad investire, ma dobbiamo sapere in quale direzione si intende andare tutti altrimenti investiamo per cosa?”. 

“Il privato si muove se capisce che c’è un contesto che si muove, se capisce che conviene, e qui non si capisce”. 

“Le chiacchiere non servono. Qui serve una terapia d’urto: leva fiscale, detassazione, abolizione degli studi di settore, creazione di una zona di crisi complessa, come ad esempio in Val Vibrata; va promosso il turismo in maniera sistemica perché da soli non si può”. 

“Quello che dico è che abbiamo l’oro in tasca ma le tasche sono bucate”. 

“Un luogo è di chi lo abita e di chi ci lavora, è compito suo farlo rivivere ogni giorno. Ma un minimo di supporto da parte di chi ha competenze istituzionali è necessario”.

“La Regione Abruzzo è penultima in Italia per capacità imprenditoriale. Non ci sono imprenditori. Il pubblico deve fare la sua parte ma se poi non c’è chi ha il coraggio di investire? Mi piacerebbe vedere, per es., giovani imprenditori a caccia di mulini e case abbandonate”.

Significative le testimonianze dei sindaci, rigorosamente anonimi, che offrono un prezioso bignami dei limiti dell’azione politica nelle aree interne. 

“Non ha più senso fare il sindaco. Non abbiamo i voti, e la politica ragiona solo con i numeri. Poi, il Parlamento non è fatto di gente radicata nel territorio, che conosce i problemi del territorio. Da qui a 10 anni qui finisce tutto”.

E ancora: “I Comuni hanno subito negli anni sempre più tagli. Non si può trattare nello stesso modo un paese di montagna e un paese costiero. Mancano le persone per il presidio del territorio, manca il controllo. La Riforma Del Rio avrebbe dovuto puntare sui Comuni, potenziarli e invece si è rivolta alle Regioni. Anche la riforma dei Forestali potevano potenziare i Comuni perla vigilanza interterritoriale e invece no. Si è prodotto un impoverimento delle risorse umane sui territori e alcune competenze lasciate ai soli Vigili del fuoco”.

“I piccoli paesi muoiono perché con così poche persone non si riesce a sostenere le spese. Se la Regione non apre spazi finanziari, se non alza la soglia del Patto di stabilità, non si può fare un mutuo per quello che serve. Il bilancio armonizzato è virtuale. Se c’è un avanzo non si può spendere”.

“La montagna non ha i numeri, non ha i voti. Noi non esprimiamo i consensi, e allora non ci ascoltano, ci danno quel poco che bisogna dare”.

“Stiamo pagando oggi le conseguenze di 50 anni di politiche squilibrate tra zone interne e costa. Il risultato di queste politiche è che la costa ha i problemi delle grandi città, come il traffico, l’inquinamento e il sovraffollamento, i paesi interni quello dello spopolamento e dell’abbandono con gravi conseguenze idrogeologiche, frane, alluvioni, smottamenti”.

Estremamente significative sono anche le testimonianze, molto concrete, degli agricoltori e degli allevatori, che aprono uno squarcio oltre le eccellenze gastronomiche, tutelati da marchi e che riescono a sfangarla come prodotti d’elite

“I prezzi dei prodotti sono bassi e gli agricoltori vengono pagati poco.  Il prezzo del grano lo fa il grano americano importato, quest’anno 25 euro al quintale”; “La carne di bovino la vendono a prezzi di più di 30 anni fa”; “L’associazione allevatori paga le marchigiane  565.30  euro al chilo a peso morto, le bastarde 4.50 euro al chilo”; “Ormai l’agricoltura e l’allevamento non si possono più fare. Sono tanti i problemi tra cui quelli del costo e dei bassi prezzi dei prodotti. A litro il latte te lo pagano 35 centesimi mentre a chi lo compra al supermercato gli viene 2 euro. È lo stesso prezzo che pagavano 30 anni fa ma allora il gasolio costava 600 lire, la corrente non pesava come oggi, un quintale di granturco costava15-16 mila lire ma adesso costa 25 euro…”. 

Non poteva mancare il problema della fauna selvatica, in particolare la proliferazione fuori controllo dei cinghiali, che tanti attriti ha creato con l’ente Parco.  

“Io un sogno ce l’ho: che si arrivi finalmente in questa regione ad una vera gestione della fauna selvatica, in tutto il territorio e con il coinvolgimento di tutti, escludendo gli estremisti, bracconieri da una parte e ambientalisti integralisti dall’altra”. 

“Il problema della fauna selvatica non riguarda solo il Parco, anzi, forse è peggio fuori Parco, anche perché gli operatori fuori sono meno tutelati. Il problema non è tanto il pagamento degli indennizzi, ma di avere la possibilità di fare il proprio lavoro”.

Si scopre poi che sono molte le testimonianze che vedono nel Parco una risorsa e non un problema,  abbia una reale presenza e riconoscibilità sul territorio, capacità di coinvolgere e di sostenere chi ci vive e opera, capacità di stimolare attività e iniziative per la promozione. Dal Parco ci si aspetta collaborazione e condivisione delle scelte per interventi sull’esistente ma anche per nuove realizzazioni; per connettere e mettere in rete prodotti, luoghi, iniziative, operatori, realtà.   

Con le parole degli stessi abitanti:  “Credo nel Parco, i turisti stranieri vengo per le qualità ambientali, enogastronomiche. Ma mancano delle cose: viabilità, sentieristica, segnaletica, infrastrutture, il tutto aggravato delle calamità; e poi, manca una politica del turismo dell’Ente”.

“Il parco deve riprendere cambiando passo, diventando il volano del territorio. Ma come? Bisogna pensare alla quotidianità dell’oggi, bisogna pensare alle persone. Pulire i sentieri non basta: una volta puliti, che ci vogliamo fare? Serve un piano organico che dica non solo “cosa”si vuole fare ma anche “perché”.

“Non abbiamo saputo approfittare del Parco e la politica non ha saputo indirizzare rispetto al turismo. Il Parco non è stato niente su questo territorio, è stato assente e ora c’è abbandono, nessuna infrastruttura fruibile: sentieri, punti panoramici, punti informativi, aree pic-nic, parcheggi…”. 
I

nteressante anche alcune risposte agricoltori che evidenziano gli effetti dei cambiamenti climatici.   Eccone qualche eloquente esempio.  

“Ci sono cambiamenti climatici in atto di cui facciamo finta di non accorgerci. A livello infrastrutturale e di pianificazione del territorio chi tiene conto dei cambiamenti nel prossimo futuro? Nessuno. Qualcuno deve tenere conto dell’inverno freddo, dell’estate calda e di un autunno forse ricco di frane, alluvioni”.

“L’istrice prima non c’era da queste parti è arrivato dalla macchia mediterranea perché è cambiato il clima. Trovano le tane già fatte dai tassi e sono casinari, per mangiare una patata rovinano tutto il campo”;  “Il clima è cambiato anche con il lago di Campotosto: la mattina arriva la nebbia dalla montagna”.

“Ci sono delle specie di aironi che vanno a pesca dentro il Tronto che prima non c’erano, ma anche un cambiamento negli insetti e manifestazioni esagerate del clima come grosse gelate, grosse nevicate…”.  

“Negli ultimi anni ci sono stati molti problemi per via del clima. Nel 2016 non abbiamo neanche aperto il frantoio, nel 2015 la produzione è stata minima e i contadini l’hanno tenuta per loro, nel 2014 si è salvata solo la parte alta di Carpineto. Quest’anno, se si continua con questo clima e cioè se non piove, la produzione potrebbe essere nulla. Già alcune varietà non hanno legato per il troppo caldo. Quando non c’è produzione in zona si compra l’olio in Puglia e lo si rivende. Noi non lo facciamo per principio, e poi non compriamo neanche le olive perché ormai con il clima cambiato nel periodo di raccolta le temperature sono alte e quando scarichi il camion già è iniziato a uscire l’olio. Il nostro frantoio lavora 5-6 quintali a ora e per lavorare un camion intero ci vorrebbe troppo tempo con perdita della qualità dell’olio”.

Molti testimonianze riguardano anche la ricostruzione post-sismica, per l’ovvia ragione che molti comuni del Parco sono stati colpiti dai terremoto del 6 aprile 2009, e poi ancora da quello del 24 agosto 2016 e del 14 gennaio 2017.

Riguardo questo tema, la maggior parte degli intervistati auspica che il processo di ricostruzione vada di pari passo la valorizzazione, la promozione e la fruizione turistica. 

“Nella zona più antica ci sono case da riqualificare e si dovrebbe ridare valore artistico al paese. I due terremoti potrebbero essere una risorsa”.

“Siamo di fronte ad un bivio: se riusciamo a dare risposte celeri alla popolazione, su sicurezza e tranquillità, ce la faremo, altrimenti no. Abbiamo subito un esodo di persone che si sono spostate lungo la costa. Se prima gli abitanti dei paesi scendevano dalle montagne e si stanziavano qui, adesso, dopo i terremoti, si spostano direttamente sulla costa”.

“Quello che bisogna ricostruire è la fiducia. È la cosa peggiore che può succedere, quando i cittadini guardano il sindaco, che in questi paesi è il front office dello Stato, il maresciallo e il prete, e non gli credono più: allora lì ti rendi conto che è la fine. Invece con la riapertura del ponte e con la costruzione della scuola, io ho visto negli occhi delle mamme la fiducia…”.

“Questo sisma è socioeconomico. Ci sta distruggendo l’abbandono dei territori, che è dovuto un po’al fatto che le case sono state colpite ma soprattutto alla paura e alle difficoltà economiche. C’era già lo spopolamento, ma adesso c’è il fuggi-fuggi: a ciò contribuisce anche l’inagibilità delle seconde case. Tutti i paesi qui stanno morendo, anche quelli che fungono da riferimento e sui quali abbiamo investito negli anni. Il buon Dio non ci aiuta: il 24 agosto, poi il 30 ottobre, e poi, non fai in tempo a fare ordine nelle tue idee che arriva di nuovo la tempesta perfetta: terremoto, neve, isolamento. L’isolamento è statala cosa peggiore: niente elettricità e telefono. È vero che il montanaro è preparato, ma è stata una combinazione spaventosa: non poter chiedere aiuto, non poter dare aiuto e stare lì blocca”.

“Mi piacerebbe che del cratere sismico si facesse un grande esperimento pubblico di buone prassi in termini urbanistici, di mobilità, in termini di gestione dei rifiuti, di valorizzazione dei beni culturali, gestione dei beni pubblici, capacità di promuovere l’accessibilità e la capacità anche di garantire la necessaria sicurezza. Per esempio, uno degli aspetti, secondo me, non adeguatamente praticato rispetto anche a delle indicazioni che come sindaci avevamo dato era quello della possibilità di creare dei progetti sovra-comunali che costituiscano delle strategie di valorizzare del territorio, di conservazione dal punto di vista infrastrutturale e della conservazione del territorio. È dannoso, per es.,che ogni comune abbia la sua area industriale, sacrificando aree bellissime. Certi interventi dovrebbero essere pensati a scala sovra-comunale”.

Dopo questa lunga teoria di sogni al di là da venire, che possono inverarsi solo con una dura dialettica che consentirà di superare ostacoli e problemi, ci sono nella ricerca tanti guizzi di speranza, ottimismo e bellezza.

Per voce di sognatori, nel modo che li intendeva il grande scrittore pescarese Ennio Flaiano, gente “con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole”.

“Quello che mi piace e mi tiene qui è svegliarmi la mattina con gli animali, non avrei mai potuto lavorare a Pescara chiuso tra quattro mura.  E’ la passione per la natura che mi dà la forza!”

“Noi abbiamo già realizzato il nostro sogno, è come se stessimo sempre in ferie. Essere qui è il sogno che abbiamo scelto”. 

“C’è la calma, la natura, il panorama, dalle cime si vedono tutte le quattro Province e si vede il mare”, 

“Qui di lavoro ce n’è tanto per chi ha voglia di lavorare e chi ci vive in montagna sa come si fa. La montagna non è crollata, sta qui”.