CHIETI – Dodici depuratori sequestrati perché inquinano i fiumi e il mare, l‘ex presidente sotto inchiesta, una richiesta milionaria di risarcimento da parte del Ministero dell’Ambiente, 10 milioni di euro di bollette non pagate dai morosi.
Non è una situazione liscia come l’acqua, quella ereditata da Gianfranco Basterebbe neo presidente della Sasi spa, la società che gestisce il ciclo idrico in 92 comuni chietini, nell’area Frentana. Prima tappa del viaggio di AbruzzoWeb nelle sei società pubbliche che in Abruzzo hanno il compito di portare l’acqua dalle sorgenti ai rubinetti degli abruzzesi, e di far funzionare acquedotti, fogne e depuratori.
Basterebbe, ex sindaco di San Vito Chietino ed esponente del Partito democratico, è stato eletto a maggio dall’assemblea dei sindaci soci seguito di accordo programmatico tra centrosinistra e centrodestra. Nel nuovo Consiglio di amministrazione entrano anche Paola Tosti, di Vasto, centrosinistra, e Patrizia De Santis, centrodestra, ex sindaco di Castel Frentano.
Basterebbe sostituisce il presidente uscente Domenico Scutti, sotto processo per la vicenda dei depuratori, la prima immensa grana per Basterebbe, che però ad AbruzzoWeb assicura che si sta uscendo dall’emergenza, visto che nove depuratori sono stati riparati. Non mancando però di far notare che per rendere davvero efficiente il servizio idrico nel suo complesso, “occorrerebbero centinaia di milioni di euro che non abbiamo”.
La bomba alla Sasi è esplosa nell’aprile del 2015, la Procura ha infatti sequestrato dodici impianti a Lanciano, Treglio, Rocca San Giovanni, Atessa, Santa Maria Imbaro, Bomba e Quadri, perché giudicati sottodimensionati e mal funzionanti e perché scaricavano in mare e nei fiumi Feltrino, Sangro e Osento reflui con sostanze inquinanti. Sotto processo, davanti al giudice del Tribunale di Lanciano Andrea Belli, sono finiti l’ex presidente Scutti e Alfiero Marcotullio, amministratore della Ecoesse, società che aveva l’appalto per controllare alcuni degli impianti. Come se non bastasse il Ministero dell’Ambiente chiede un risarcimento danni alla Sasi di 25,6 milioni di euro.
L’inchiesta era partita nel novembre 2012, quando vennero controllati un centinaio di impianti di depurazione e vasche Imhoff in 48 comuni di competenza della procura frentana. A conclusione dell’indagine è stato accertato che molti impianti non erano monitorati e tenuti in condizioni di inadeguatezza e inefficienza, né erano stati effettuati controlli microscopici sui fanghi. Inoltre si sono verificati scarichi al suolo e a cielo aperto, abbandono incontrollato di rifiuti prodotti e fanghi tracimati a terra da vasche Imofh. Nei fiumi Feltrino, Sangro e Osento, come in mare, sono finiti reflui con alte concentrazioni di ammoniaca, escherichia coli, solventi organici aromatici e un elevato tenore di cloruri.
Un nuovo provvedimento di sequestro è stato eseguito il 14 novembre, dal comando del Noe di Pescara. La nuova indagine è scattata a conclusione dell’ultimatum che la procura di Lanciano aveva fissato al 30 settembre scorso per sanare tutti gli aspetti previsti dal primo sequestro. Secondo la magistratura frentana in un anno e mezzo non è stato fatto nulla.
Basterebbe però difende a spada tratta il suo operato, e aggiorna però lo stato dell’arte di questa emergenza.
“Non si tratta di un sequestro – dice – bensì di un sequestro preventivo e i 12 depuratori stanno effettivamente funzionandobensì di un sequestro preventivo e i 12 depuratori stanno effettivamente funzionando”.
La Sasi, così come spiega il presidente, lo scorso 30 settembre, giorno dell’ultimatum imposto dalla procura di Lanciano, aveva già fatto sapere di essere in possesso di diverse autorizzazioni. Di qui la sorpresa per il nuovo sequestro.
“Sette depuratori su 12 sono stati autorizzati definitivamente dalla Regione e c’è anche una determina che lo attesta – prosegue Basterebbe – per gli altri cinque c’è un depuratore, quello di Treglio che deve essere rideterminato dall’Ato perchè è stato calcolato un numero enorme di abitanti rispetto a quelli effettivi. Per il depuratore di Santa Croce i primi di dicembre siamo pronti a partire con i lavori e siamo rimasti d’accordo con la Regione che saremmo stati autorizzati in modo definitivo. Per i tre depuratori di Atessa invece ad uno manca solo la consegna dei lavori, per un altro manca l’autorizzazione Arta per la procedura di appalto e l’ultimo, il depuratore di località Selvuccia, sarà provvisto di rete fognaria dato che non si riesce a sistemare e sarà quindi smantellato”.
Per la Sasi dunque “non è vero che c’è stata inerzia in questi anni”, anzi, sostiene il presidente Basterebbe, “abbiamo fatto i salti mortali. Bisogna anche tenere conto del fatto che per un importo complessivo di 12 milioni di euro di interventi bisogna prima effettuare una ricerca economica, poi c’è tutta la fase delle autorizzazioni e infine quella dell’esecuzione dei lavori. Niente si può fare immediatamente, basti pensare che per il depuratore di Santa Croce, che costa quasi 5milioni di euro, abbiamo impiegato 3 anni sono per le autorizzazioni”.
Oltre l’emergenza però pende la richiesta milionaria di danni da parte del Ministero.
“Mi sembra una richiesta assurda – osserva però Basterebbe – è una cifra iperbolica, non credo ci siano gli estremi. In generale la situazione depurativa è difficile in tutta Italia, rappresenta un problema non solo da noi”.
E il problema è testimoniato dai numeri: la Sasi deve assicurare per 280 mila cittadini serviti, il buon funzionamento di ben 137 depuratori e 650 pozzi himof, 7.700 chilometri di acquedotti e fognature, 430 serbatoi idrici, 115 impianti di sollevamento fognario. E parte di questa rete integrata è datata, difettosa, bisognosa di manutenzioni straordinarie.
“Servirebbero risorse ingenti per rinnovare e rendere davvero efficiente tutta la rete. Per quanto riguarda i depuratori stiamo intervenendo con appalti per 28,5 milioni, e firmato i contratti per interventi in una decina di essi. Per intervenire su tutti depuratori abbiamo quantificato un investimento di 250 milioni di euro”.
Cifre, è superfluo dirlo, che la Sasi non ha. A maggior ragione sono preziosi i fondi previsti per il Masterplan per il Sud, che per i depuratori e acquedotti prevede interventi da 110 milioni di euro, ma per tutto l’Abruzzo. La Sasi sta predisponendo a tal proposito 7 progetti dal valore di 40 milioni di euro, per intervenire almeno nei tratti della rete più critici.
Venendo ai conti della Sasi, va riscontrato che rispetto ad altre società idriche, non stanno messi male: il bilancio finanziario 2015, di una consistenza di 30 milioni di euro, ha registrato un piccolo utile di 4.789 euro.
Il punto dirimente è però quanto di questo bilancio se ne va per pagare gli stipendi dei 150 dipendenti, di cui una settantina interinali, e i costi vivi di funzionamento, e quanto invece può essere utilizzato per far funzionare al meglio il ciclo idrico, che è la cosa che più dovrebbe interessare utenti, i Comuni dell’Ambito territoriale ottimale (Ato) a cui la Sasi deve rispondere, e i cittadini contribuenti.
Basterebbe a proposito dei costi interni fa però notare che nella Sasi “il personale è sottodimensionato rispetto al territorio che dobbiamo gestire. Ed è per questo che intanto abbiamo l’intenzione di procedere ad una selezione pubblica per stabilizzare almeno una parte dei 70 interinali, che sono tanti anno che lavorano con noi, e non ritengo gusta il loro essere discriminati rispetto agli altri dipendenti”.
Basterebbe, che è pensionato, non percepisce compensi, gli altri due membri del Cda hanno un compenso di circa mille euro, fissato dalla legge al 60 per cento dello stipendio del sindaco del comune più grande della Ato, in questo caso quello di Vasto.
Non c’è poi alla Sasi, almeno per ora, un direttore generale, e non ci sono dirigenti.
Resta il fatto che per gli investimenti sono disponibili dai 4 ai 6 milioni di euro, che se ne vanno quasi tutti per fare lavori di manutenzione ordinari e straordinari.
Qualche risparmio si è ottenuto a luglio dopo oltre dieci anni di lunghe battaglie giudiziarie, con l’Isi, l’ente gestore del patrimonio acquedottistico del Chietino, praticamente un’inutile doppione della Sasi.
Altre economie si intende ottenerle sostituendo le pompe di sollevamento, che consumano la bellezza di 20 milioni di chilowatt l’ora l’anno. Pompe nuove e a basso consumo potrebbero garantire risparmi per 500 mila euro l’anno. È in progetto poi l’installazione i tutti i comuni di contatori in ingresso, in modo tale da poter calcolare le perdite nella rete e di scovare anche gli allacci abusivi.
Ma la partita decisiva, per incamerare risorse preziose è quella del recupero crediti.
Oltre 10mila utenti devono pagare infatti bollette arretrate per ben 10 milioni di euro. La Sasi già dal 2013 ha provato usare le maniere forti, mettendo i sigilli ai contatori, inviando a tappeto ingiunzioni di pagamento caricate anche di 100 euro di spese legali.
Si è verificata però una mezza rivolta da parte di varie associazione di consumatori e ambientaliste, che hanno accusato la Sasi di di non avere avuto un occhio di riguardo per i morosi incolpevoli, ovvero gli utenti impoveriti dalla crisi, e di non aver applicato una politica di distacco parziale (al 75 per cento ad esempio) anzichè totale del servizio, garantendo in questo modo alle utenze comunque un quantitativo di acqua, considerato bene primario.
Basterebbe conferma però la linea dura.
“Stiamo affidando proprio in questi giorni il servizio riscossione a società specializzate. Cercheremo di venire incontro alle persone in difficoltà, con bollette rateizzate. Ma tutti dovranno pagare il dovuto. Non possiamo fare altrimenti come società di gestione del ciclo idrico, ce lo impone la legge, è compito semmai della politica venire incontro a chi va considerato moroso incolpevole”.





