L’AQUILA – Il cratere è pronto alla mobilitazione contro l’annunciato passaggio dal contributo agevolato a quello diretto.

Sparisce il modello che consentiva di finanziare la riparazione delle abitazioni danneggiate dal terremoto attraverso l’apertura di un conto corrente coperto dai fondi della Cassa depositi e prestiti e si ritorna a quello che prevede l’erogazione delle risorse a stato di avanzamento da parte dei comuni che prima, però, devono rendicontare le somme a Roma: inevitabili, quindi, ritardi e incertezze.

Le associazioni di categoria hanno già da giorni mandato un ultimatum al governo di Mario Monti: “basta con i tavoli tecnici, servono risposte concrete al rischio blocco della ricostruzione”, hanno scritto in una lettera al premier e si apprestano a dare vita a proteste clamorose.

Uno dei motivi del malessere generale è che in Emilia, invece, questo sistema di indennizzo è tuttora in uso, per cui, senza voler fare ingenerosi paragoni tra calamità, si lamenta una disparità di trattamento.

A far salire la tensione e saltare i nervi a molti, è stata la circostanza che il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca sulla questione ha cincischiato a lungo, prima glissando sul problema del progressivo esaurimento del budget da 2 miliardi messo a disposizione degli istituti di credito dalla Cassa, poi omettendo di ufficializzare il passaggio per consentire ai comuni e ai proprietari di organizzarsi.

Una situazione paradossale, sollevata per la prima volta proprio da AbruzzoWeb, che va a rimescolare le carte in uno dei pochi meccanismi che aveva dimostrato la sua efficienza, garantendo flussi certi alle imprese e speditezza nei lavori.

COME FUNZIONAVA

Fino a oggi il proprietario di una casa inagibile presentava il suo progetto al Comune o alla filiera Fintecna-Cineas-Reluis e, una volta esaminata positivamente la pratica, otteneva dal sindaco il provvedimento con la cifra riconosciuta per la sistemazione dell’immobile.

Quindi si recava in banca per l’apertura di un conto corrente dedicato dal quale poteva attingere per pagare la ditta incaricata dei lavori.

Il tutto grazie ai 2 miliardi di euro messi a disposizione da Cassa depositi e prestiti grazie a una “invenzione” dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti che consentiva di rendere disponibili le somme senza andare a gravare sull’indebitamento generale dello Stato.

Quel budget si è esaurito da un pezzo e la ricostruzione si è bloccata proprio nel momento in cui sembrava fosse entrata a pieno regime e fossero state risolte tutte le criticità della complessa e, per certi versi, confusa normativa fatta di ordinanze del presidente del Consiglio dei ministri, decreti del commissario delegato e circolari varie.

Un fondo che, stando alle volontà sussurrate dall'”inviato speciale” del governo all’Aquila, non verrà rimpinguato per lasciare posto al contributo diretto già usato, per esempio, per le seconde case o le abitazioni classificate “A”.

COME FUNZIONERÀ

Questo metodo prevede, diversamente dall’altro, che i passaggi siano fatti tutti con il Comune, che approva progetto e stati di avanzamento, e successivamente rendiconta a chi tiene in mano il “malloppo” (prima la Protezione civile, poi il commissario, ora la nuova governance romana) e attende pazientemente il trasferimento dei soldi.

Il problema è che dal primo all’ultimo passaggio, in genere, trascorre un’infinità di tempo con le immaginabili conseguenze soprattutto per le ditte, lasciate a secco di liquidità e costrette a tirare la cinghia o a interrompere i lavori per non dichiarare bancarotta e a subire le penali previste dall’ordinanza 4013: il classico circolo vizioso.

Ma a farne le spese sono pure i cittadini: se i lavori vanno oltre il limite consentito perdono il diritto alle forme di assistenza alloggiativa e devono smammare da C.a.s.e., Map o fondo immobiliare, per andare dove non si sa.

Il contributo agevolato garantiva risorse certe sin da subito e, soprattutto, un controllo sui flussi di cassa, mentre con il diretto si rischia un assalto alla diligenza che potrebbe premiare chi è più fortunato, lasciando gli altri a bocca asciutta, oppure costringere le amministrazioni locali a fare dolorose graduatorie tra chi può ricostruire subito e chi deve aspettare.