L’AQUILA – “Tra qualche anno le lenticchie di Santo Stefano, il grano di solina, l’orzo, il farro, i ceci, la rosciola e tutte le biodiversità tipiche del territorio potrebbero scomparire per sempre, a causa degli animali selvatici, soprattutto cinghiali, che notte e giorno devastano le nostre colture”.
A lanciare l’allarme ad AbruzzoWeb è Ettore Ciarrocca, presidente dell’associazione Produttori di Santo Stefano, dal nome del borgo aquilano conosciuto oltre i confini regionali proprio per la produzione di lenticchie.
Il problema è già noto ad amministratori locali e vertici del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nel quale è ricompresa l’area, ma ad annunci e promesse “non hanno mai fatto seguire i fatti, perché parliamo di animali che innescano un’economia ‘malata’, basata sugli indennizzi che sta bene a molti”.
“Noi non vogliamo lanciare più appelli, siamo stanchi di fare sempre la figura di Don Chisciotte che combatte contro i mulini al vento – spiega il presidente – I cinghiali continuano a distruggere tutto, ma nessuno fa niente, non chiediamo rimborsi, vogliamo solo poter coltivare come una volta, attraverso una pratica sostenibile e poter vivere di quello coltiviamo sulla nostra terra”.
Ciarrocca, poi, sottolinea che “se prima la nostra associazione contava circa 12 agricoltori, adesso può contarne 5-6, questo proprio in conseguenza dei gravi danni dei cinghiali, in molti si sono stancati di coltivare e il rischio non è solo quello di perdere il seme originale, ma anche che l’economia del territorio riceva l’ennesimo duro colpo. Vado in campagna ogni giorno, ma non posso farlo per hobby, per me è un lavoro, è la mia prima attività e deve essere remunerativa, ma ogni notte gli animali selvatici mangiano letteralmente una parte di quello che dovrebbe essere il mio stipendio e tutti stanno a guardare”, racconta ancora il presidente.
Per porre un freno alle “razzie” degli ungulati, molti agricoltori, tra cui Ciarrocca, hanno costruito dei recinti, ma “coltivando 50 ettari di terreno, nel mio caso è impensabile poter perimetrare tutta l’area; inoltre parliamo di un impegno che supera il cento per cento: basti pensare che per arare un terreno ci vuole un’ora, per recintarlo ce ne vogliono due”.
Ma chi intervenire? “Sicuramente le autorità del territorio, più il Parco che è deputato a decidere annualmente il metodo di contenimento degli animali. Abbiamo incontri con i vari vertici dell’Ente da 10 anni, l’attuale presidente, Tommaso Navarra, ci aveva garantito che avrebbe provveduto a eradicare gli ungulati dal territorio, una cosa impossibile, tanto che non solo non è stato fatto, ma nessuno prende posizione”, aggiunge.
Alla base di questo stallo, secondo Ciarrocca, ci sarebbero “un giro economico ‘malato’, realtà nascoste e motivi sconosciuti”.
“È paradossale – precisa – che si paghino circa due milioni di indennizzo, sono cifre importanti che fanno pensare che ci siam la volontà di tenere i cinghiali sul territorio, altrimenti chi pagherebbe una cifra del gente potendo scegliere?”.
Sulla possibile soluzione da adottare, il presidente dell’associazione tiene a sottolineare che “non li vorrei uccidere, faccio l’agricoltore, non sono un cacciatore, ma non riesco a capire perché non si riesca a trovare un’altra soluzione, io non so quale potrebbe essere, ma so che nel resto del mondo ci sono Parchi nazionali e non ci sono questi problemi. Se non sono capaci copiassero”, dice ironicamente Ciarrocca riferendosi all’Ente Parco.
Una proposta in realtà è stata fatta in passato dagli Enti competenti, quella cioè di una filiera corta per la produzione di carne di cinghiale, “ma quale sarebbe il limite massimo degli animali da macellare e chi lo stabilisce? Ci sono ancora tantissimi dubbi”, prosegue il presidente “e intanto gli ungulati si spingono sempre più spesso fuori dai confini del Parco e dentro il borgo, a ridosso delle nostre case”.
Ciarrocca conclude con un augurio: “Spero che un giorno si riesca a capire che invece di elargire somme importanti per ciò che viene distrutto, leggi indennizzi, si inizi a credere nella vita, nel lavoro rurale e si mettano in campo incentivi per la produzione, in modo da gratificare anche la qualità del prodotto. Ma soprattutto mi auguro che si inizi a lavorare davvero per risolvere i problemi di noi agricoltori”.






