SANTO STEFANO DI SESSANIO – C’è un piccolo borgo dell’Appennino abruzzese che, da quasi trent’anni, continua a porre una domanda molto più grande di sé: è possibile costruire sviluppo economico nei territori marginali senza trasformare proprio ciò che li rende unici?

È dalla risposta a questa domanda che nasce l’esperienza di Sextantio a Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila)  e, oggi, arriva un nuovo riconoscimento del percorso intrapreso da Daniele Kihlgren: il fondatore di Sextantio è stato selezionato tra i tre finalisti internazionali del Change Maker of the Year 2026, uno dei riconoscimenti assegnati nell’ambito di PURE Life Experiences, la manifestazione internazionale dedicata al viaggio esperienziale di alta gamma che si è svolta a Marrakech dal 7 all’11 settembre.

La selezione ha visto Kihlgren confrontarsi con Beks Ndlovu, fondatore di African Bush Camps in Zimbabwe, e Dolores Gangotena, fondatrice di Quasar Expeditions in Ecuador

Il valore della candidatura porta ancora una volta all’attenzione di una platea internazionale un’esperienza nata in un piccolo paese dell’Abruzzo interno e fondata su un principio oggi sempre più attuale: la possibilità di attribuire valore economico alla conservazione, anziché alla trasformazione dei luoghi.

Quando, alla fine degli anni Novanta, Daniele Kihlgren arriva a Santo Stefano di Sessanio, incontra un borgo segnato dallo spopolamento. La scelta non è quella di sostituire ciò che esiste con un nuovo modello edilizio più facilmente vendibile sul mercato turistico. È l’opposto. Il progetto Sextantio nasce dalla volontà di recuperare il patrimonio esistente attraverso un approccio rigorosamente conservativo, restituendo funzione agli edifici senza cancellarne la storia, le irregolarità, i materiali e la relazione con il paesaggio.

Il progetto di Santo Stefano di Sessanio è diventato così un’esperienza di ospitalità diffusa costruita dentro il tessuto storico del borgo, senza ricorrere alla nuova edificazione come strumento per creare un prodotto turistico.

La stessa impostazione è alla base dell’altra esperienza Sextantio, a Matera, e più recentemente dei progetti e delle attività di ricerca e confronto internazionale che hanno portato il modello in dialogo con altri territori caratterizzati da patrimonio fragile, spopolamento e perdita dell’identità locale.

Il tema è particolarmente rilevante per l’Italia delle aree interne. Per decenni, una parte significativa delle politiche di sviluppo territoriale ha cercato nel turismo una risposta allo spopolamento. Ma il rischio, in assenza di una visione culturale, è che proprio il successo turistico finisca per trasformare i luoghi che intende valorizzare. L’approccio Sextantio parte da una premessa diversa. Il paesaggio non è uno sfondo sul quale costruire un prodotto turistico. È il prodotto stesso. Questo significa preservare la continuità del territorio, la sua morfologia, i rapporti tra il costruito e gli spazi aperti, le curve di livello, i materiali, le tecniche costruttive e la scala degli insediamenti.

“A Santo Stefano di Sessanio”, si legge in una nota, “il recupero del patrimonio edilizio storico è stato accompagnato dalla conservazione dell’identità paesaggistica del borgo e del territorio circostante. È un approccio che oggi assume un significato ancora più ampio: non conservare il passato per trasformarlo in un’immagine, ma conservare le condizioni che permettono a quel passato di continuare a essere leggibile nel presente”.

“Il patrimonio, però, non è soltanto architettura. È anche ciò che gli edifici hanno contenuto e rappresentato: gli oggetti, i mestieri, i gesti, il cibo, le relazioni sociali, le conoscenze trasmesse oralmente. È su questo terreno che il progetto Sextantio ha sviluppato nel tempo una seconda dimensione della conservazione: quella della cultura materiale e del genius loci. Un esempio particolarmente significativo è oggi rappresentato da Sextantio Cucina, il ristorante aperto nel 2025 all’interno del borgo. La cucina di Sextantio non nasce semplicemente dall’idea di aggiungere un ristorante all’esperienza alberghiera. È il risultato di una ricerca sulla cultura gastronomica dell’area, condotta con il Museo delle Genti d’Abruzzo, che ha raccolto testimonianze e ricette delle comunità di Santo Stefano di Sessanio e dei paesi circostanti, recuperando oltre settanta ricette, alcune delle quali non erano mai state trascritte. Da quella ricerca nasce oggi il percorso Radici, affiancato da Evoluzione, attraverso il quale lo chef Dino Como interpreta contemporaneamente memoria e trasformazione”.

“Como, abruzzese di Palena, dopo quindici anni di lavoro accanto a Niko Romito, dieci dei quali al Reale, ha scelto di costruire la propria identità professionale proprio all’interno di questo progetto. La cucina diventa così un’altra forma di conservazione. Non una riproduzione museale della tradizione, ma un modo per permettere a una cultura gastronomica di continuare a essere praticata, studiata e reinterpretata. È la stessa logica che lega un edificio storico alla sua funzione, un paesaggio alla sua morfologia e un borgo alla propria comunità”.

“Il riconoscimento internazionale ricevuto a Marrakech arriva in un momento particolarmente significativo per l’Abruzzo. Nel 2026 L’Aquila è Capitale italiana della Cultura, con oltre 300 eventi distribuiti nell’arco di 300 giorni. Ma il progetto di L’Aquila 2026 non è stato concepito come un programma esclusivamente cittadino. La sua stessa impostazione mette al centro il rapporto tra la città, i paesi, le aree interne, le istituzioni culturali e le comunità del territorio. Il Ministero della Cultura ha definito esplicitamente L’Aquila 2026 come un modello di rigenerazione per le aree interne e come un progetto territoriale policentrico. È proprio in questa prospettiva che l’esperienza di Santo Stefano di Sessanio assume un significato particolare. L’Aquila 2026 pone infatti una questione che non riguarda soltanto la programmazione culturale di un anno: come può la cultura diventare uno strumento permanente di attenzione, cura e sviluppo per i territori che rischiano lo spopolamento? La risposta non può essere soltanto negli eventi. Gli eventi possono riportare persone nei territori. Ma ciò che accade dopo dipende dalla capacità di quei territori di offrire un’identità riconoscibile, autentica e non sostituibile”.