L’AQUILA – Si infiamma il clima intorno al bando regionale in scadenza il prossimo 15 dicembre per la concessione della sorgente Sponga di Canistro (L’Aquila),  bloccato da un pronunciamento del Tar, a seguito di un ricorso della Santa Croce spa e della italiana Beverage. Se da una parte il patron della Santa Croce Camillo Colella parla dell’ulteriore conferma delle “illegittimità e degli abusi commessi dalla Regione”, Iris Flacco, dirigente regionale del servizio Risorse del territorio e attività estrattive ed anche Cristina Gerardis, direttore generale della regione tengono a precisare che il pronunciamento del Tar ha accolto in maniera limitata il ricorso della Santa Croce, non sospendendo la gara ma solo la valutazione delle domande. Assicurando che ci saranno solo limitatissimi ritardi dell’iter. 

Intanto sul fronte politico si registra l’annuncio da parte del consigliere regionale Maurizio di Nicola di Centro democratico, stessa formazione politica del sindaco di Canistro  Angelo di Paolo,  della presentazione di un progetto di legge che aggiunge come motivo di mancata concessione, ovvero di decadenza del permesso o della concessione, per la ricerca, la coltivazione e l’utilizzazione di acque minerali “l’irregolarità contributiva e le gravi violazioni in materia fiscale e previdenziale”. 

Tra la Regione e la Santa Croce, proprietaria dello stabilimento di Canistro  e dell’omonimo marchio di acqua minerale distribuita a livello nazionale, e’ in atto un duro contenzioso legale dopo che i rapporti si sono rotti con la conseguenza del sequestro della valvola. Rispetto alla istanza di dissequestro presentato dalla santa croce di circa 8 milioni di litri di acqua secondo l’ente captato senza l’autorizzazione, la Flacco  sottolinea che “in questo momento non riteniamo valide” le controdeduzioni fornite dall’azienda, “tuttavia stiamo attendendo altra documentazione rispetto ai circa due milioni di litri di acqua per l’azienda captata prima dei sigilli”.

La Santa Croce ha 75 dipendenti che sono  ad un passo dal licenziamento dopo l”avviamento delle procedure di mobilità seguite alla chiusura di ogni rapporto tra le parti.

“Il provvedimento del Tar – spiega Flacco – è equilibrato e giusto: ha accolto in maniera limitata il ricorso della Santa Croce, non sospendendo la gara ma solo la valutazione delle domande. Ritenendo di aver emanato un bando legittimo, confidiamo in pochi giorni di ritardo”. 

I giudici, va ricordato,  hanno ordinato alla Regione di non valutare le domande fissando l’udienza per la sospensiva il prossimo 21 dicembre. Proprio per questo la commissione che avrebbe dovuto aprire le buste non si riunirà il 20 dicembre, stando al bando, ma come ha spiegato la Flacco, il 26 dicembre prossimo.

“Speriamo che arrivino molte domande, lavoreremo giorno e notte per assegnare la nuova concessione – assicura la Flacco. Se il Tar non dovesse concedere la sospensiva, secondo una stima la Regione potrebbe aggiudicare la gara entro il mese di gennaio, prevedendo poi al massimo 60 giorni per il passaggio in sede di Valutazione di impatto ambientale e infine di aggiudicazione definitiva”. 

La Flacco non appare insomma preoccupata sui profili di illegittimità denunciati nel ricorso proprio in riferimento  “all’assenza della Valutazione di impatto ambientale (Via) e del Piano di tutela delle acque che la Regione avrebbe dovuto adottare in via preventiva proprio in ossequio alla sentenza di annullamento del bando emanato nel 2015 dallo stesso Tar.

 “In mancanza del piano – spiega la Flacco – la giunta regionale ha adottato un provvedimento che ha regolamentato in che modo viene valutata la disponibilità reale dell’acquifero: chi vince si sottopone alla Via e in quella sede ci sarà la valutazione davanti a tutti i soggetti che avrebbero approvato il piano. Riteniamo che sia un provvedimento legittimo”. 

Sulla stessa linea il direttore generale Gerardis.

“Il provvedimento cautelare emesso dal Tar  – spiega – limita la Regione ad inibire le sole operazioni di gara successive alla scadenza del termine di presentazione delle domande, fino alla data di trattazione dell’istanza collegiale, fissata il 21 dicembre prossimo. Dal punto di vista operativo la prescritta interruzione degli effetti della procedura selettiva non riguarda la fase, attualmente in corso, della presentazione delle offerte, per la quale è stato fissato il temine ultimo del 15 dicembre, ma solamente la fase successiva, intercorrente tra detta data e la data di discussione della vertenza (21 dicembre, ndr) inibendo, in quel breve intervallo di tempo, la materiale apertura delle buste e la valutazione delle offerte presentate”. 

“Si capisce dunque – prosegue Cristina Gerardis – che la decisione del TAR lascia impregiudicata ogni valutazione di merito sulla legittimità del bando, che è rimessa alla trattazione in sede collegiale, ed è volta solo a contemperare i rispettivi interessi contrapposti nella vertenza per cui è causa, nella corrente fase di presentazione delle offerte, relativamente alla quale i termini sono ancora aperti per tutte le ditte intenzionate a partecipare, ivi comprese le società ricorrenti Santa Croce e Italiana Beverage s.r.l. , alla cui esclusiva volontà è rimessa la scelta di partecipazione o meno alla procedura in essere”.  

Il consigliere regionale Maurizio Di Nicola, che e’ presidente della commissione bilancio, ha presentato intanto “un’iniziativa legislativa con la quale si ampliano i motivi di mancata concessione, ovvero di decadenza del permesso o della concessione, per la ricerca, la coltivazione e l’utilizzazione di acque minerali, termali e di sorgente esistenti sul territorio regionale”. 

Tra le nuove cause “di diniego o revoca dei titoli autorizzativi” figurano “l’irregolarità contributiva e le gravi violazioni in materia fiscale e previdenziale, in conformità a quanto previsto dal nuovo Codice degli appalti”. 

La proposta, secondo Di Nicola, è finalizzata a migliorare il processo di gestione delle concessioni, mediante l’introduzione di strumenti di maggior garanzia per la Pubblica Amministrazione che, ad esempio, si vede non corrispondere tasse o imposte dal soggetto a cui la Regione concede lo sfruttamento della risorsa idrica, ma soprattutto a tutela di un bene comune della collettività quale è l’acqua. “Una misura equa che migliorerà i rapporti trilaterali tra la P.A. che affida il servizio, il soggetto gestore e l’Ente impositore – conclude di Nicola.