L’AQUILA – “La mancata valutazione di impatto ambientale e la carenza di un piano delle acque minerali e termali si traducono in una determinazione concessoria del tutto ignara delle sue conseguenze ambientali e decisamente traslata sugli effetti meramente gestori della risorsa”.

A stroncare l’operato della Regione sulle procedure legate al bando per la concessione a captare l’acqua minerale conosciuta a livello nazionale Santa Croce nella sorgente di Canistro (L’Aquila) è il tribunale amministrativo regionale.

I giudici amministrativi,  lo scorso gennaio, hanno accolto il ricorso presentato dal Comune di Canistro (L’Aquila) contro l’amministrazione regionale per bloccare la determinazione dirigenziale del febbraio 2015 che lanciava l’avviso pubblico per assegnare la concessione trentennale dello sfruttamento dell’acqua minerale “Sant’Antonio-Sponga”, quella che appunto si trova imbottigliata con il marchio Santa Croce, noto a livello nazionale.

Anche se il pronunciamento è datato, le bacchettate riservate all’ente sono di attualità perché la Regione, in particolare il competente settore, nonostante le chiare indicazioni dei giudici amministrativi, non riesce ancora ad emanare il nuovo bando dopo essere stata costretta ad annullare l’assegnazione della concessione proprio alla Santa Croce Spa che ha gestito il giacimento negli ultimi anni.

E l’ente non è in difficoltà solo su questo fronte: anche in altre concessioni è in ritardo con i bandi tanto che sta agendo con continue proroghe. Ma l’attualità riguarda soprattutto la vicenda santa croce che vede la Regione negare da mesi e mesi proroghe o nuove concessioni per varie irregolarità, come il documento unico di regolarità contabile (Durc) e la società del patron Camillo Colella rispedire le accuse al mittente denunciando che amministratori e dirigenti vogliono farlo fuori per dare la concessione a suoi concorrenti.

Il durissimo braccio di ferro sfociato in un contenzioso interminabile, sembra in una fase cruciale, oggi all’Aquila per esempio è in programma la riunione decisiva tra sindacati e azienda sull’attivazione delle procedure per la mobilità dei 75 dipendenti da parte della santa croce che davanti alle chiusure della Regione licenzia tutti i dipendenti.

Nelle scorse settimane la dirigente regionale Iris Flacco ha denunciato la Santa Croce per aver violato i sigilli e continuato a captare e imbottigliare acqua nonostante i divieti imposti dall’ente. La Santa Coce nega però che sia stati apposti sigilli.

Addirittura le ultime visite ispettive hanno visto la presenza dei carabinieri e un clima molto teso, visti anche i 75 posti di lavoro in bilico.

Tornando al ricorso, la società dell’imprenditore molisano Colella è intervenuta in opposizione al ricorso che, però, alla fine è stato accolto. Ora si attende il pronunciamento del Consiglio di Stato.

La concessione contestata era stata comunque bloccata dal ritiro in autotutela a opera della Regione della determinazione, avvenuto nel dicembre 2015, a causa di documentazione ritenuta non regolare dalla Regione, in particolare per il Durc.

Sicché il Tar si è espresso sulle sole modalità di indizione.

Per i giudici amministrativi va condivisa la parte del ricorso che lamenta “carenza di idonee procedure istruttorie volte a verificare la compatibilità ambientale in generale e in particolare riferita alla possibilità di persistente sfruttamento della risorsa idrica”, in particolare la valutazione Via che, come da citata sentenza della Corte costituzionale, è obbligatoria in casi come questo.

Inoltre, la concessione “confligge con l’assenza di un Piano regionale delle acque minerali e termali mai adottato dalla Regione, in quanto sicuramente impattante su qualsivoglia progetto di pianificazione” e i giudici bacchettano ancora parlando di “assoluta rilevanza ambientale dei dati omessi ma normativamente dovuti quali la quantità di risorsa idrica erogata e quella sfruttabile”.

Anche perché, evidenzia ancora la sentenza, non si devono dimenticare “l’insistenza su area di interesse naturalistico (Parco La Sponga), la complessiva rilevanza imbrifera (si tratta di sorgente che alimenta un affluente del Liri) e l’importanza ai fini di approvvigionamento idrico del Comune di Canistro e limitrofi”, insomma non c’era da scherzare.

Di qui l’accoglimento del ricorso e la condanna per la Regione al pagamento delle spese legali di 3 mila euro in favore del Comune di Canistro.

La sentenza è stata emessa dal Collegio composto da Paolo Passoni (presidente facente funzioni), Maria Abbruzzese (estensore) e Lucia Gizzi. Il Comune di Canistro era assistito dagli avvocati Salvatore Braghini e Renzo Lancia, la Sorgente Santa Croce Spa da Roberto Fasciani, la Regione dall’Avvocatura distrettuale dello Stato. (alb.or. – b.s.)