ROMA – “Questo lavoro mi schiaccia e mi toglie il respiro, se potessi scapperei via. Ci penso ogni giorno. Fare l’infermiere non è una vocazione. Basta con queste tristi retoriche. È resistenza, è come essere ogni giorno al fronte, laddove il triste teatro delle nostre battaglie è la corsia di un ospedale”.
Con queste parole comincia il racconto di Laura, nome di fantasia, infermiera, reso di pubblico dominio garantendo l’anonimato dal Nursing Up, il sindacato autonomo dei professionisti sanitari.
L’Osservatorio Nursing Up, già operativo come strumento di ascolto e monitoraggio costante del disagio professionale, ha raccolto negli ultimi mesi decine di testimonianze analoghe.
I dati confermano un allarme che non è più silenzioso: secondo l’Oms Europa, un infermiere su 3 mostra sintomi di ansia o depressione, uno su 10 ha avuto addirittura pensieri suicidari, uno su 3 è stato vittima di bullismo o minacce, uno su 10 di molestie o violenze fisiche.
In Italia, i dati Inail segnalano oltre 14.000 casi annui di disturbi da stress lavoro-correlato, con una crescita del 42% negli ultimi dodici mesi.
“Un racconto che non parla solo di lei, perché la storia di Laura è la storia di tante infermiere, ma soprattutto di migliaia di donne italiane, professioniste qualificate, ma soprattutto madri, mogli, figlie, stremate e schiacciate nel profondo da un sistema che le vuole invisibili per le istituzioni, ma sempre presenti per i pazienti”, spiega il sindacato.
“Resistiamo come su una nave alla deriva, al collasso di un sistema che ci celebra solo quando serve, poi ci dimentica e ci getta via come rifiuti – scrive Laura -. Combattiamo come soldatesse in trincea: i nostri nemici, però, si chiamano turni infiniti e massacranti, ferie negate, burocrazia che ci soffoca e ci stringe come un nodo alla gola”.
Un sistema in sofferenza, nel quale i fondi sono sempre insufficienti, come continuano a denunciare i sindacati, e a pagarne il conto sono cittadini e operatori sanitari, costretti anche a far fronte ad una riorganizzazione, come in Abruzzo, dove il pesante deficit sanitario, che nel 2025 potrebbe arrivare a 120 milioni di euro, ha imposto la razionalizzazione delle spese.
La professione infermieristica, più che mai nel 2025, vale la pena ribadirlo, non è vocazione, basta con queste affermazioni: è scelta, è competenza, è dignità. Ma a volte mi sembra di vivere in apnea: respiro solo quando esco dall’ospedale, e anche lì, il peso che porto sul petto non si stacca, non mi lascia vivere serena come vorrei”.
“Come può una donna oggi essere serena – si chiede Laura – quando si guadagna così poco rispetto a ciò che si offre ogni giorno ai pazienti, in termini di competenze e valori umani? Come dobbiamo sentirci rispetto al marito o ai figli a cui resta solo il tempo di una carezza distratta?”.
E ammonisce: “basta con la favola del cuore grande. Parliamo di diritti, non di sacrifici. Di dignità, non di missioni. Di lavoro, non di miracoli”.






