ROMA – “Per i cittadini il ricorso all’intramoenia non è una libera scelta, ma una scelta obbligata”.

A dirlo Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva, intervenuta oggi alla presentazione del report per il monitoraggio delle prestazioni prenotate in libera professione intramuraria (Alpi), realizzato da Agenas in collaborazione con il ministero della Salute, Cittadinanzattiva, Istituto superiore di sanità ed esperti delle Regioni e Province autonome in materia di liste di attesa e Alpi.

Dai dati presentati, emerge una riduzione delle prestazioni sanitarie intramoenia nell’anno della pandemia 2020 del 33% rispetto al 2019. E sono state circa il 26% in meno anche le prestazioni nel canale istituzionale.

“Dati che ci confermano – sottolinea Fava – la necessità di recuperare quanto è stato sospeso a causa del Covid e la necessità per i cittadini di tornare alle cure ordinarie. In particolare, occorre accelerare da parte delle Regioni l’approvazione dei piani straordinari per il recupero delle prestazioni sospese a causa del Covid, vigilare e rendere trasparenti i dati sull’andamento dei recuperi, sui modelli organizzativi adottati dalle Regioni per garantire il ripristino delle prestazioni, sulle tempistiche previste e sull’utilizzo dei fondi stanziati”.

Ancora: “Sono 11 le Regioni che per le prenotazioni utilizzano esclusivamente l’agenda gestita dal sistema Cup”, mentre “nelle altre vi sono ancora casi in cui si prenota tramite agende cartacee gestite dal singolo professionista o dalla struttura e questo a discapito della trasparenza sulle liste di attesa”.

“Inoltre, in alcune realtà il rapporto tra prestazioni erogate in intramoenia e nel canale istituzionale (che non deve superare il 100%, ossia per ogni prestazione erogata nel canale intramurario ce ne deve essere almeno una erogata nel pubblico), evidenzia che per i cittadini il ricorso all’intramoenia non è una libera scelta, ma una scelta obbligata. Il rapporto certifica infatti che, in 13 regioni su 21, si rilevano situazioni in cui il suddetto rapporto è superiore al 100% soprattutto nelle visite e nella ecografia ginecologica”.

Succede, ad esempio, che in una Asl della Campania per una visita cardiologica ed elettrocardiogramma si è passati da un rapporto fra attività erogata in Alpi e quella erogata in regime istituzionale pari al 72% nel 2019 al 206% nel 2020, il che significa che per una prestazione erogata nel canale istituzionale ce ne sono due erogate in intramoenia.

In una azienda marchigiana per la visita urologica il rapporto è passato dal 147% nel 2019 al 228% nel 2020, e per la mammografia in un’azienda piemontese si passa dal 16% nel 2019 al 142% nel 2020.

“Per questo – conclude Fava – occorre pensare a strumenti più vincolanti perché Asl e Regioni garantiscano un vero recupero delle liste d’attesa, rispettino i tempi massimi di attesa e ai cittadini siano garantiti gli stessi diritti, soprattutto in termini di accesso alle prestazioni, indipendentemente dal territorio in cui vivono”.