PESCARA – A sei anni dal 18 gennaio 2017, quando una valanga travolse e distrusse l’Hotel Rigopiano di Farindola, provocando la morte di 29 persone, si attende la sentenza sul procedimento giudiziario relativo alla tragedia.
Alle 10 prenderà il via l’udienza con l’ultima replica di uno difensori degli imputati, l’avvocato Daniele Ripamonti, che assiste Ida De Cesaris, dirigente della Prefettura del capoluogo adriatico.
La decisione arriverà nel tardo pomeriggio. Il processo conta 30 imputati che saranno giudicati con il rito abbreviato. Le accuse sono, a vario titolo, disastro colposo, omicidio e lesioni plurime colpose, falso, depistaggio, abusi edilizi.
Nelle udienze precedenti l’accusa – rappresentata dal procuratore capo, Giuseppe Bellelli, e dai pm Andrea Papalia e Anna Benigni – ha chiesto 26 condanne, per un totale complessivo di 151 anni e mezzo di reclusione, e quattro assoluzioni.
“Mi aspetto che sia fatta giustizia. In che termini non lo so, ma chi ha sbagliato deve pagare. Dal nostro punto di vista le responsabilità ci sono state e spero sia così anche per la legge. Potrei dire qualsiasi cosa, ma il processo si fa in aula. Staremo a vedere. In ogni caso siamo fiduciosi”, le parole Giampiero Parete, il cuoco che per primo, quel giorno, lanciò l’allarme.
Quando la valanga travolse e distrusse il resort, infatti, Parete – oggi titolare di un ristorante a Silvi (Teramo) – era all’esterno della struttura per prendere alcune medicine in macchina. Capì subito la gravità dell’accaduto e provò a lanciare l’sos.
Impossibile telefonare a causa dell’assenza di segnale; riuscì però, attraverso WhatsApp, a contattare il suo datore di lavoro e a far mettere in moto la macchina dei soccorsi. La storia della famiglia Parete è considerata il miracolo nella tragedia dell’hotel Rigopiano.
Il cuoco si trovava lì in vacanza con la moglie Adriana e con i due figli Gianfilippo, all’epoca 8 anni, e Ludovica, 6 anni. I quattro, dopo ore di angoscia, furono tutti tratti in salvo e riuscirono a riunirsi e riabbracciarsi.
“Mi auguro che non vengano fatti sconti, che non ci sia neanche un giorno di sconto rispetto a quanto richiesto dalla Procura. Mi aspetto che sia una sentenza semplare, per rendere omaggio a chi non c’è più e anche per tutte le altre tragedie che ci sono state, a partire dal crollo del ponte di Genova. Siamo fiduciosi”, dice Marco Foresta che nella tragedia dell’Hotel Rigopiano perse entrambi i genitori. Tobia Foresta, 59 anni, e Bianca Iudicone, 50, si erano concessi un breve soggiorno nel resort, dove poi hanno trovato la morte. All’epoca dei fatti Marco, figlio unico, aveva un locale nel centro di Pescara, che chiuse pochi mesi dopo. Iniziarono così problemi e difficoltà economiche.
Nel 2020, però, grazie alle forme di protezione e assistenza previste per legge per gli orfani di Rigopiano, che di fatto sono rientrati nelle cosiddette ‘categorie protette’, è stato assunto in banca.
Un processo che ripropone i temi della prevenzione e del rispetto delle leggi ambientali, che potrebbe fare da eco alle sentenze sulla strage di Viareggio o quella sull’operato della Commissione Grandi Rischi a pochi giorni dal sisma che sconvolse L’Aquila: ancora una volta al centro del dibattito l’operato dell’uomo nelle vesti del funzionario pubblico, che dovrebbe garantire la sicurezza ai cittadini, sia nel rispetto delle normative esistenti, sia nella fase emergenziale dei soccorsi.
Sullo sfondo, e non è un fatto trascurabile, la lentezza della giustizia italiana: al di là della sospensione per Covid e dei 15 rinvii registrati sembrano troppi i 1.318 giorni intercorsi tra la prima udienza, 16 luglio 2019, e domani, giorno della sentenza, a fronte della media italiana di 1.600 giorni per i tre gradi di giudizio nel processo penale, considerando anche che si tratta di un rito abbreviato.
Il pm, Giuseppe Bellelli, ha chiesto “una sentenza che in nome della Costituzione e del Popolo Italiano affermi il modello di amministratore pubblico che aveva il dovere di prevedere la valanga ed evitare la tragedia”.
L’inchiesta sul disastro si è conclusa nel novembre 2018, e aveva riguardato in un primo tempo il corto circuito avvenuto tra i vari livelli istituzionali deputati a gestire l’emergenza maltempo, chiamando in causa Regione Abruzzo, Prefettura e Provincia di Pescara, Comune di Farindola; poi si era estesa anche alla mancata realizzazione della Carta prevenzione valanghe da parte della Regione e ai permessi per la ristrutturazione del resort, per un totale di 40 indagati.
A fine dicembre 2018 c’è anche un’inchiesta bis sul depistaggio, a carico del personale della Prefettura di Pescara, compreso l’ex prefetto Francesco Provolo – per aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del 18 gennaio alla Mobile di Pescara – con altri sette indagati.
A dicembre del 2019 i vertici regionali escono dal processo con 22 archiviazioni per ex presidenti della Regione ed ex assessori regionali alla Protezione Civile.
Queste le richieste dell’accusa.
Per l’ex prefetto Francesco Provolo, 12 anni cumulando il disastro al depistaggio; 11 anni e 4 mesi per il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta e il dirigente dell’Ente, Enrico Colangeli, 10 anni a testa per il dirigente della Provincia, Paolo D’Incecco, e per il funzionario Mauro Di Blasio; 9 anni alla dirigente della prefettura Ida De Cesaris; 8 anni per il prefettizio Leonardo Bianco, 7 anni per il regionale Vincenzo Antenucci; 6 anni e 8 mesi per il gestore dell’hotel, Bruno Di Tommaso; 6 anni ciascuno per l’ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco e per gli ex sindaci Massimiliano Giancaterino e Antonello De Vico; 5 anni per i dirigenti regionali Carlo Giovani, Carlo Visca, Emidio Primavera, Pierluigi Caputi e Sabatino Belmaggio; 4 anni per il comandante della polizia provinciale, Giulio Honorati; 3 anni per il tecnico Tino Chiappino; 2 anni e 8 mesi per i prefettizi Giulia Pontrandolfo, Giancarlo Verzella e Daniela Acquaviva; 2 anni e 6 mesi per il tecnico Andrea Marrone; 1 anno per l’altro tecnico Giuseppe Gatto.
Infine chiesta la sanzione pecuniaria di 200 mila euro per la società Gran Sasso Resort. e l’assoluzione per i due vice prefetti, Sergio Mazzia e Salvatore Angieri, per il dirigente regionale Antonio Sorgi, e per Paolo Del Rosso della Gran Sasso resort.







