L’AQUILA – “Vi stupiremo, nessun timore, stiamo lavorando a ridisegnare la nuova sanità abruzzese, e sono convinto che meriteremo il 30 e lode”.
Lo afferma ad AbruzzoWeb il presidente della Regione Abruzzo, nonché commissario alla sanità, Luciano D’Alfonso.
Per nulla preoccupato dell’esplosivo contenuto del decreto 70 del ministero della Salute, pubblicato il 4 giugno in Gazzetta ufficiale, che anche l’Abruzzo dovrà recepire entro 3 mesi con un cronoprogramma, e applicare poi entro 2 anni.
Uno tsunami che rivoluzionerà il sistema sanitario e imporrà chiusure o pesanti ridimensionamenti dei 24 ospedali pubblici e degli 11 privati abruzzesi, la razionalizzazione dei pronto soccorso, e un consistente taglio del numero di specialità e reparti doppione.
Replica al rassicurante, ma telegrafico D’Alfonso, il consigliere comunale dell’Aquila ed ex vice presidente del Consiglio regionale, Giorgio De Matteis, neurologo di professione, invitandolo, “prima di millantare di meritarsi un 30 e lode”, di far almeno vedere “i compiti svolti, o che sta svolgendo”, visto che “l’Abruzzo rischia una guerra senza quartiere tra territori a difesa dei loro nosocomi”.
Sempre ricordando che le scelte delicatissime “andranno fatte nelle prossime 12 settimane”.
E pungolato da questo giornale entra nel dibattito, finora molto sopito, anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, medico pneumologo, che invece apprezza la filosofia del decreto, invita D’Alfonso ad andare avanti, a “pensare all’interesse dei pazienti e cittadini, e non a quelli dei politici e dei medici”, che difendono “per puntiglio e tornaconto, ospedali e reparti che così come sono ora, non hanno ragion d’essere”.
La riforma imposta alle Regioni dal decreto accompagnerà un assai probabile taglio dei trasferimenti statali di 2,35 miliardi di euro per la sanità, e ha dunque come obiettivo quello di fare cassa e ridurre gli enormi costi delle Asl, con una riduzione di posti letto, del tasso di occupazione e della degenza media.
Previsto l’accorpamento delle case di cura private, il varo del sistema “hub and spoke”, con la concentrazione delle eccellenze in pochi “super-hub”, ospedali di secondo livello, con bacino di utenza tra 600 mila e 1,2 milioni di abitanti, dunque massimo 2 sui 24 abruzzesi.
I “super” saranno fortemente integrati con gli “hub”, ovvero ospedali di primo livello con meni specialità e bacino di utenza tra 150 mila e 300 mila abitanti, massimo 6 per l’Abruzzo, e con gli “spoke”, centri periferici tra cui presìdi ospedalieri di base, con bacino di utenza tra gli 80 mila e 150 mila abitanti con poche, essenziali specialità.
Ma ci saranno anche i nuovi ospedali di comunità, per interventi sanitari potenzialmente erogabili a domicilio, ma che necessitano del ricovero per impedimenti logistici o familiari.
Cardine del nuovo sistema, le “reti ospedaliere” per le grandi patologie, come infarto e ictus, dove centrale è la prevenzione, la tempestività di intervento, l’assistenza domiciliare, la telemedicina, e anche la “rete dell’emergenza-urgenza”, che significa, semplificando, più postazioni del 118, un’autoambulanza ogni 60 mila abitanti, potenziamento dell’elisoccorso e relativi punti di atterraggio defibrillatori in ogni Comune.
Resta il fatto che una riforma che vuole scardinare il troppo costoso modello “ospedalocentrico” è destinato a scontrarsi con resistenze e anzi sommosse che è facile prevedere faranno impallidire per virulenza quelle che si sono scatenate in Abruzzo a seguito delle chiusure di appena 4 punti nascita e delle guardie mediche di montagna, visti gli interessi politici, territoriale economici che ruotano intorno a ciascuno dei 24 ospedali pubblici abruzzesi e 11 privati.
Vero motivo per cui, su questo argomento non solo D’Alfonso, ma gli esponenti della maggioranza in Giunta regionale sono a dir poco abbottonati.
“D’Alfonso non può giocare a carte coperte. Non può presentare tra 3 mesi una ricetta lacrime e sangue preconfezionata, perché la situazione è esplosiva. Lo deve dire subito, per esempio, quali reparti in ciascun ospedale mantenere oppure sopprimere”.
Il riferimento di De Matteis è alla famigerata tabella, contenuta nel decreto, che indica, in milioni di abitanti, gli standard minimi e massimi delle strutture per ogni singola specialità medica.
In base a questi standard, per esempio, l’Abruzzo non potrà ambire ad avere la Cardiochirurgia infantile, la Nefrologia e Urologia pediatrica, per cui è previsto un bacino di utenza dai 4 ai 6 milioni di abitanti.
E altre decine di specialità sono in un numero superiore a quelle previste. E molte dovranno essere soppresse e accorpate.
Su questo tema attacca De Matteis, che in questi giorni ha chiesto un Consiglio comunale straordinario all’Aquila.
“La medicina nucleare – sciorina intanto alcuni dei tanti esempi possibili – è attiva all’Aquila e a Chieti ma, in base al decreto, una dovrà saltare. Stesso discorso per la neuroriabilitazione, c’è spazio solo per due di quelle attive. Idem per la dermatologia. Ci sarà spazio solo per una neurochirurgia su quattro. La genetica medica dell’Aquila salterebbe perché il bacino di utenza è fissato a minimo 2 milioni di abitanti”.
C’è poi il capitolo dei reparti di pronto soccorso. “Altra cosa prevista dalla riorganizzazione contenuta del decreto – incalza De Matteis – è la riduzione consistente del numero dei pronto soccorso in Abruzzo. Credo che sia giunto il momento di cominciare a parlarne, D’Alfonso e Paolucci hanno il dovere di dire subito che cosa intendono fare, non ci si può ridurre a dichiarazioni elusive e fantasmagoriche”.
E per De Matteis è nel novero del “fantasmagorico” anche l’idea, seppure apparentemente sensata, di salvare tutti e quattro gli ospedali maggiori creando due plessi di secondo livello, Chieti-Pescara e Teramo-L’Aquila.
“A oggi – osserva De Matteis – nessuno dei quattro ospedali maggiori ha tutte le caratteristiche per meritare la qualifica di ospedale di secondo livello. Si dovrebbe, allora, in teoria, dotare l’ospedale prescelto di tutti reparti e strutture previste dal decreto, con investimenti di non poco conto, e soprattutto, per il meccanismo del bacino di utenza, queste specialità dovranno essere soppresse in altri ospedali”.
Insomma, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia: conflitti politici di campanile terrificanti in vista.
CIALENTE: ‘’BASTA CON LA SANITA’ DI CAMPANILE!”
“Basta ragionare per interessi territoriali, basta andare dietro ai puntigli di vari politici locali. Quello che la Regione deve fare è riorganizzare la sanità nel modo migliore possibile a beneficio di 1,3 milioni di abruzzesi”.
L’appoggio di Cialente al “soldato” D’Alfonso che si prepara alla guerra della riforma sanitaria parte da una convinzione che, assicura il sindaco dell’Aquila, “vado predicando dal 2000”.
Ovvero, che “ci sono in Abruzzo per esempio un mare di neurochirurgie e di emodinamiche. E nessuno si è posto mai il problema che un ospedale che fa appena 100 interventi di emodinamica all’anno non garantisce la qualità e riuscita della cura e la sicurezza del paziente”.
“Il modello contenuto dal decreto e che D’Alfosno dovrà applicare va proprio in questa condivisibile direzione – prosegue Cialente – Servono pochi poli di eccellenza, gli hub, e poi centri periferici in rete, gli spoke, serve, cioè, all’Abruzzo un ospedale con una vocazione e specializzazione nella neurologia, un altro nell’oncologia, un altro ancora nell’ematologia, di livello nazionale e anche internazionale, tutti ben integrati con le reti territoriali”.
“L’importante – sottolinea il sindaco – è che un paziente che ha bisogno di un’alta specialità la possa trovare in Abruzzo, con le migliori macchine e i migliori medici”.
Alla domanda se l’ospedale dell’Aquila non rischi, con questa riorganizzazione, di perdere tante specialità, Cialente taglia corto, e rassicura che “il San Salvatore non rischierà nessun declassamento. Ma ripeto non voglio fare, su questo argomento, ragionamenti di campanile”.



