L’AQUILA – È rivolta di larga parte del mondo imprenditoriale del capoluogo di regione e della provincia nei confronti della curia dell’Aquila.

Pomo della discordia, o meglio, oggetto del contendere, gli affari legati alla ricostruzione del vasto patrimonio ecclesiastico danneggiato dal terremoto del 6 aprile 2009.

Decine e decine di milioni di euro, per intenderci affidati direttamente, come del resto prevede la legge, che permette al privato, che è lo status dell’istituzione curiale, di poter affidare, grazie alla natura di indennizzo dato al finanziamento per la ricostruzione, incarichi e lavori a chi vuole.

Peccato, però, come denunciano molte imprese, che i vertici della Chiesa aquilana abbiano finora affidato gli appalti più importanti ad aziende “forestiere”, tagliando fuori completamente dalla succulenta fetta le ditte del territorio che si ritengono all’altezza, se non superiori, al livello di quelle scelte fino a questo momento.

Dopo essere rimasto sotto traccia, lo scontro tra imprese e curia è esploso ufficialmente e rischia di provocare conseguenze senza precedenti in un quadro già molto confuso e incerto alla luce della mancanza di fondi sufficienti per una ricostruzione efficace e con tempi certi.

Facendo seguito alle numerose lamentele e denunce da parte di molti imprenditori, il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) della provincia dell’Aquila, Gianni Frattale, e quello regionale, Antonio D’Intino, hanno inviato lettere con toni decisi nelle quali chiedono maggiore trasparenza e dialogo ai vertici della Chiesa aquilana.

Chiesa che è dilaniata dai veleni legati alla doppia gestione dell’arcivescovo metropolita, dimissionario per raggiunti limiti di età e ormai prossimo a lasciare il comando, monsignor Giuseppe Molinari, e il vescovo  ausiliare, monsignor Giovanni D’Ercole, il presule arrivato dopo il sisma per aiutare l’anziano Molinari, dapprima vicino a diventare titolare della Curia, ma le cui azioni man mano sono scese anche per via dell’inchiesta sui fondi sul sociale che lo ha coinvolto in un primo momento, dalla quale è uscito poi assolto al termine del rito abbreviato.

Le due missive hanno causato irritazione nell’ambito della “dirigenza” clericale. 

Alcuni echi dello scontro sono arrivati anche in Vaticano, dove dovrebbe essere inoltrato un dossier che non farà certo piacere a Papa Francesco che, fin dall’inizio del suo pontificato, sta continuamente richiamando il mondo e anche la Chiesa alla pastorale e a esercitare concretamente la fede, piuttosto che cercare il potere o gli affari sfrenati.

Le imprese invocano equità e trasparenza; il comportamento della Curia viene definito tutt’altro che ecumenico e cristiano con la eccessiva percezione della Chiesa come soggetto economico.

La goccia che ha fatto traboccare e fatto emergere la contrapposizione è proprio un appalto e ricco appalto privato per il complesso intervento nel vasto aggregato del Duomo, nella piazza omonima, cuore e uno dei simboli del centro storico dell’Aquila messo in ginocchio dal terremoto.

Un lavoro, secondo quanto si è appreso, da almeno 45 milioni di euro. Per gestire il delicato processo è stato costituito il Consorzio Sant’Emidio, all’interno del quale figurano tutti i proprietari degli immobili intorno alla Cattedrale e all’Arcivescovado, con la curia che fa la parte del leone, avendo la stragrande maggioranza delle proprietà e quindi avendo assoluta capacità decisionale.

Si ascrive quindi alla Curia la decisione di bandire un avviso pubblico per la preselezione delle aziende e divulgarlo anche attraverso una pagina del quotidiano economico nazionale Il Sole 24 Ore.

Ma la cosa che ha mandato su tutte le furie gli imprenditori aquilani sta nel fatto che ai requisiti richiesti possano rispondere pochissime aziende in Italia, addirittura appena tre o quattro, escludendo validissime imprese locali che pure sarebbero in grado di affrontare quella tipologia di lavori.

Tra gli altri rilievi e contestazioni anche il fatto che i requisiti sono sproporzionati rispetto alla portata dei lavori, un fatto, questo, che fa pensare all’individuazione di un’azienda in particolare piuttosto che a una operazione di trasparenza.

Poi, viene sottolineata la diversità di strumenti di reperimento: per gli appalti privati fatti finora si è proceduto al processo solito dell’affidamento diretto con le cinque offerte progettuali da parte di altrettante ditte, come previsto dalla legge, per il Duomo si è deciso la preselezione pubblica.

Da notare che il presidente del Consorzio è il signor Augusto Ippoliti, che era il dominus della commissione consultiva che sostiene l’ufficio curiale per la ricostruzione guidato da don Alessandro Benzi, fedelissimo di monsignor Molinari.

La commissione, che non ha presenze con incarichi ufficiali, ha offerto consulenza e supervisione nell’esame delle offerte e, conseguentemente, nella decisione dal punto di vista tecnico nei vari interventi. Ne fanno parte avvocati come il noto legale romano Michele Conte, commercialisti e rappresentanti del clero, come don Luigi Epicoco.

Ci sono molti che collegano l’ostracismo nei confronti di molte aziende di costruzione e progettisti aquilani con la guerra in atto in seno alla curia tra i clan legati all’arcivescovo dimissionario Molinari e all’ausiliare D’Ercole, arrivato all’Aquila proprio per sostenere il titolare nell’opera di ricostruzione.

Tanto è vero che, dopo il terremoto, ha fondato una società a responsabilità limitata (Srl) per la cura dei lavori di restauro del patrimonio ecclesiastico: visto che ora la ricostruzione viene gestita dal “gruppo” Molinari, sarebbe in atto una vendetta verso quegli imprenditori che hanno osannato D’Ercole quando era in predicato di diventare arcivescovo.