L’AQUILA – Un palazzo figlio dell’economia di guerra, costruito in una zona “nuova” del centro dell’Aquila, in via Fontesecco, a cavallo tra le due guerre mondiali, con materiali poveri e perfino dotato di rifugi antibomba, tornerà a rinascere, stavolta come edificio modello e con un permesso speciale per abbattere e riedificare che fa da “apripista” a una nuova prassi in materia.

La demolizione dello stabile, che occupa tre numeri civici, 5, 15 e 21, è cominciata poco prima di Pasqua e l’obiettivo dell’azienda Sea di Perugia è di concludere i lavori da 4,3 milioni di euro entro 2 anni, per la primavera 2018.

A curare la progettazione e la direzione è stata ed è, invece, l’aquilana Zed Progetti, per 500 mila euro, dopo averla spuntata in una selezione su altri studi. Giovanni Pierini è il progettista, Paolo Croce il direttore dei lavori e responsabile sicurezza mentre Marco Tazzi si è occupato degli impianti.

Un’incognita è quella del passaggio dei sottoservizi in corso di realizzazione in tutto il centro storico cittadino, con lo sventramento delle strade e l’installazione del “tunnel intelligente” per le reti idrica, elettrica, fognaria, telefonica e Internet: per ora i lavori procedono spediti ma al momento dell’incrocio con la grande opera pubblica qualcosa bisognerà rivedere.

“Il primo sopralluogo è stato oltre sei anni fa, il 10 marzo 2010 – raccontano ad AbruzzoWeb – Lo studio preliminare è partito dall’analisi del sito e dalla sua evoluzione, l’edificio era nato da uno sventramento e da una operazione vera e propria di social housing in una zona che, prima, aveva un tessuto urbanistico ordinario”.

L’operazione aveva portato alla nascita di quattro edifici in sequenza, tutti e quattro di forma curva, che in pianta costituiscono un “serpentone” lungo l’attuale via Fontesecco, in precedenza via Italo Balbo. Quello terminale, il più vicino a via XX settembre, è stato l’unico a non dover essere abbattuto e ricostruito, era classificato “B” quindi con danni leggeri.

“Si era già in periodo di guerra – prosegue – per la costruzione è emerso che è stato riutilizzato materiale di risulta degli sventramenti. Si vedevano già diversi materiali sotto gli intonaci, anche se l’edificio era ben congegnato il difetto principale al momento della scossa del 6 aprile 2009 è stato quello”.

Al momento di varare il progetto, le “mani legate” dovute a una singolarità. “Lo stabile si trova al confine della cosiddetta ‘area a breve’ ma, a livello urbanistico, ricade nel centro storico – evidenzia – Essendo in centro e in muratura non era permessa la demolizione e ricostruzione nonostante la situazione fosse drammatica: per riparare il palazzo si sarebbe dovuto spendere un patrimonio”.

Di qui le trattative diplomatiche con il Comune e la Soprintendenza, anche se non è vincolato, fino ad arrivare al rilascio di un permesso di costruire in deroga alle norme ordinarie in Consiglio comunale, dopo essere stato considerato progetto pilota nel gennaio 2015, “tanto è vero che c’è scritto progetto numero 001”, nel nome dell’interesse pubblico.

Il progetto ha subìto due step evolutivi: una prima versione più rivoluzionaria, con una sagoma simile ma vuoti e pieni più moderni, bocciato per l’incoerenza con il contesto e la zona centrale. Il secondo, l’attuale, che prevede una sorta di “dov’era e com’era”, per lo meno nell’aspetto mentre lo scheletro sarà del tutto migliore, e una cura maggiore nei dettagli come le finestre allargate e quindi spazi più luminosi.

Il grande edificio comprenderà come quello demolito 25 unità abitative, inizialmente tutte dell’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater), cedute nel tempo agli affittuari: al momento del sisma questi alloggi erano per lo più abitati da anziani oppure affittati a studenti.

L’Ater possiede ancora un appartamento, peraltro di gran pregio, sull’attico, visto che questo è l’unico dei quattro palazzi ad avere un terrazzo alla stessa altezza di ponte Belvedere, e anche tutti i 6 negozi al piano terra, che andranno riaffittati dal momento che i contratti in essere sono stati rescissi nel 2012 dalla cosiddetta “legge Barca”.

“Abbiamo messo una cura particolare sulla qualità dei dettagli che porterà l’edificio a differenziarsi dal passato – la promessa dei progettisti – In fase di analisi storica abbiamo recuperato il progetto originale che, per varie ragioni, non era stato attuato completamente, per esempio nel basamento in travertino romano, assente e che ora invece verrà riproposto”.

“Ora si cercherà di ‘riempire’ questo edificio di contenuti – affermano ancora i tecnici – Verrà compiuto uno sforzo per la sicurezza sismica e per l’adeguamento energetico in classe A, considerando che fonti rinnovabili come pannelli solari e fotovoltaici in centro non si possono installare: di qui l’utilizzo di pompe di calore invece che delle caldaie, di impianti a pavimento e altre soluzioni”.

Uno studio è stato condotto anche sui colori: all’epoca della realizzazione il rosso mattone, inizialmente ipotizzato nel nuovo progetto, era quello degli edifici pubblici e quindi non è stato approvato.

Al momento l’ipotesi che viene prevista è quella del “giallo Napoli” tradizionalmente usato per l’edilizia privata, ma non è ancora detta l’ultima parola, quando la ricostruzione sarà più avanzata si faranno delle prove di colore.

E in attesa che anche gli altri due “fratelli” vengano buttati giù e ricostruiti, si cercherà di ridare al complesso un aspetto unitario.

“C’è un coordinamento indiretto, l’amministrazione ha sottoposto le soluzioni concordate con noi agli altri progettisti perché le possano seguire e, quindi, avere omogeneità di contesto”, precisano i tecnici.

“Ci sono molte persone anziane che possiedono alloggi dentro questo grande isolato – concludono – Il tempo passato non lo restituirà loro nessuno, ma speriamo che qualcuno possa rientrare e apprezzare, per gli altri i discendenti si ritroveranno un edificio di caratteristiche ben superiori a quello originale”.