L’AQUILA – Nella competizione tra ditte per la conquista degli appalti nella ricostruzione privata dell’Aquila capita anche di finire in tribunale.

È accaduto ai componenti del consorzio Madonna del Carmine, che sono stati chiamati in causa dalla società cooperativa consortile L’Aquila 2009, insieme all’impresa Mancini, affidataria dei lavori, davanti ai giudici del Tar Abruzzo.

Oggetto del contendere il no opposto dal consorzio a mostrare le carte dell’assemblea con la quale si è deciso di incaricare la Mancini della riparazione dell’aggregato.

Secondo la società L’Aquila 2009 il consorzio è ascrivibile al novero degli enti assoggettati alla legge sulla trasparenza del procedimento amministrativo, in quanto destinatario di contributi pubblici.

Per i magistrati, però, i consorzi sono figure che hanno carattere tipicamente privatistico e quindi non devono seguira la normativa per le amministrazioni pubbliche sull’accesso agli atti.

Secondo i giudici del Tar la procedura avviata dal consorzio per la scelta della ditta “non è soggetta ad alcuna regola sull’evidenza pubblica, né soggiace a criteri di aggiudicazione su cui possano fondarsi posizioni soggettive qualificate delle imprese interpellate ai fini dell’affidamento dei lavori”.

In pratica il fatto di essere invitate a presentare proposte per la riparazione degli edifici non si configura come una gara pubblica.

La sentenza crea un precedente importante, soprattutto in virtù del fatto che, contrariamente a quanto accadeva nell’immediato post-terremoto, prima di procedere alla realizzazione dei lavori i proprietari sono tenuti a verificare almeno cinque preventivi per scegliere l’offerta economicamente più vantaggiosa.

Questo, però, non significa che gli esclusi acquisiscano un diritto assimilabile a quello assicurato nei casi di appalti banditi dagli enti pubblici.