L’AQUILA – L’avviso pubblico per la prequalificazione delle imprese propedeutico all’affidamento diretto emanato dal Consorzio Sant’Emidio relativo al recupero del vasto aggregato che comprende anche il Duomo dell’Aquila deve essere modificato, perché esclude da un appalto milionario le imprese aquilane e regionali, molte delle quali “oltre ad aver subito i danni del sisma, non riescono ad accedere al mercato della ricostruzione post sismica, conteso da grandi marchi dell’edilizia, quasi sempre di fuori regione, che sempre più spesso finiscono sulle cronache per insolvenze e fallimenti ai danni dei terremotati e di una rapida ricostruzione”.

Nella lettera inviata all’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, non le manda certo a dire il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) della provincia dell’Aquila, Gianni Frattale.

La missiva fa emergere, ufficializzandolo, uno scontro finora sotto traccia e portato alla luce solo da AbruzzoWeb. Nel testo Frattale presenta il conto alla Curia dell’Aquila, accusata anche in generale di affidare lavori di recupero del rilevante patrimonio ecclesiastico prevalentemente a imprese forestiere.

Intanto, mentre Frattale interviene e in una intervista a questo giornale conferma ogni rilievo con determinazione, assicurando che “le imprese iscritte all’Ance offrono garanzie tecniche, capacità ed esperienza”, i due vescovi, Molinari e l’ausiliare monsignor Giovanni D’Ercole, contattati da AbruzzoWeb, tacciono.

LA LETTERA

In riferimento alle discusse procedure sull’aggregato del Duomo, un lavoro da circa 45 milioni di euro, il presidente Ance chiede al prelato dimissionario per raggiunti militi di età (75 anni) di intervenire presso i vertici del Consorzio “per ritirare l’avviso e riformularlo con dei canoni meno ostruzionistici”, oltre “a farmi avere a stretto giro rassicurazioni sul caso da trasferire alle imprese associate”.

Tutto ciò alla luce del fatto che i requisiti richiesti nell’avviso pubblico li hanno due-tre imprese in Italia.

Inoltre, in una vicenda che getta ancora più confusione e sconcerto nel complesso processo di ricostruzione, Frattale vuole conoscere “quali siano i programmi edilizi della Curia di L’Aquila per i prossimi mesi e quali assegnazioni di lavori siano in fieri”.

Nello stesso tempo, il presidente dei costruttori della provincia dell’Aquila, al pari di quello regionale, Antonio D’Intino, che a sua volta ha inviato una lettera analoga alla Curia aquilana, chiede di essere informato “a stretto giro” risultanze di quanto esposto, istanza tesa a una maggiore trasparenza e un maggior dialogo.

Il numero uno dell’Ance provinciale ha anche scritto una dettagliata nota al presidente del Consorzio, Augusto Ippoliti, e all’ingegnere Antonio Masci, responsabile dei lavori, elencando tutte le perplessità formulate dagli imprenditori associati e minacciando azioni più forti.

“Qualora dovesse mancare questo senso di responsabilità – si legge nella nota – i costruttori edili della provincia dell’Aquila si riterranno liberi di difendere i propri interessi legittimi nei modi e nelle sedi opportune, anche politiche, istituzionali ed ecclesiastiche, portando le proprie rimostranze ai più alti livelli rappresentativi”.

I VESCOVI TACCIONO

Contattato da questo giornale, monsignor Molinari per ora rimane con la bocca cucita.

Il vescovo ausiliare D’Ercole, invece, fa sapere di non poter “rilasciare dichiarazioni non conoscendo le questioni legate alla ricostruzione sia in generale sia nel caso specifico”.

Una posizione che, a riprova delle due anime che si fronteggiano, non certo per scopi pastorali, in seno alla Chiesa aquilana, sa di presa di distanza dal comportamento del gruppo che fa capo a don Alessandro Benzi, responsabile dell’ufficio curiale della ricostruzione e fedelissimo di monsignor Molinari.

FRATTALE: “VOGLIAMO TRASPARENZA”

Quanto a Frattale, rispondendo alle domande di questo giornale chiede un’interfaccia “trasparente e continuativa” per dialogare con la Curia sulla ricostruzione, contesta alcuni requisiti chiesti alle ditte come una fidejussione “cinque volte più alta di quella necessaria” e insiste: “Non è detto che una grande impresa nazionale abbia più credibilità di quegli imprenditori con una solida storia aziendale alle spalle che nel cratere vivono, lavorano e ci mettono la faccia”.

Come ha preso la decisione di scrivere all’Arcidiocesi?

Visto l’ingente patrimonio di monumenti ecclesiastici la cui gestione è in capo alla Curia aquilana, abbiamo chiesto ai suoi vertici e ai suoi procuratori, che hanno in mano la ricostruzione di grandi porzioni urbane, di indicarci i soggetti e gli uffici a cui rivolgerci per interfacciarci in maniera trasparente e continuativa. Un dovere verso tutti i cittadini e non solo verso gli imprenditori che vorrebbero candidarsi ai lavori, dovuto da un soggetto che, benché considerato privato dal diritto, ha grande influenza anche sugli interessi pubblici, vista la capacità di orientare con le sue scelte il destino di buona parte della ricostruzione e dell’economia di questo territorio. Un’economia che sappiamo dipendere da sempre dall’andamento dell’edilizia locale e del suo indotto.

Perché contestate la modalità dell’avviso pubblico?

Abbiamo posto una questione etica più che giuridica sull’opportunità dell’avviso di gara pubblicato sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore che, nella selezione dell’impresa esecutrice, richiede requisiti astronomici che non lasciano alcuna speranza alle imprese della provincia e neppure della regione, benché molte di loro, a ben vedere, avrebbero i numeri per candidarsi all’esecuzione dell’opera.

Quali sono in particolare le prerogative che ‘tagliano’ le ditte aquilane?

Vengono richieste l’associazione orizzontale obbligatoria; due categorie illimitate a fronte di un lavoro che ne richiederebbe una sola; una fidejussione esclusivamente bancaria di importo pari a cinque volte quella che si richiede per lavori pubblici; un importo di capitale sociale abnorme rispetto ai lavori da eseguire. Caratteristiche che disegnano il profilo perfetto di non più di due imprese in Italia. Tanto valeva affidare direttamente l’incarico senza avviso pubblico!

Cosa c’è dietro questa scelta, secondo lei?

L’impressione è che questa procedura serva solo a tutelare legalmente i responsabili del consorzio, che pure vengono pagati per assumere decisioni, da eventuali sorprese. Mentre non è detto che una grande impresa nazionale abbia più credibilità di quegli imprenditori con una solida storia aziendale alle spalle che nel cratere vivono, lavorano e ci mettono la faccia.

Adesso che la questione è pubblica, che cosa chiedete all’arcivescovo e ai suoi delegati?

Chiediamo un maggiore dialogo con le strutture della Curia che si occupano di ricostruzione. Per esempio vorremmo conoscere i criteri di affidamento di molti cantieri già avviati come Santa Maria Paganica, 20 milioni di euro, la chiesa di San Marco, quella di Poggio Picenze e altre. Anche per queste ci sono stati avvisi di prequalificazione con logiche di selezione immotivatamente restrittive? Come si intende procedere per il futuro?

E per quanto riguarda l’avviso sul complesso del Duomo?

Le imprese iscritte all’Ance offrono garanzie tecniche, capacità ed esperienza. Molte di loro hanno operato degnamente in altri terremoti. Creano occupazione sul posto, danno ossigeno all’indotto e reinvestono sul territorio creando ricchezza. Meriteremmo una maggiore considerazione. Per questo chiediamo la proroga dei termini dell’avviso pubblico relativo al Consorzio Sant’Emidio e nel contempo la rimodulazione dei criteri selettivi verso un maggiore buon senso e aderenza alle norme che regolano la materia.