L’AQUILA – “Non capiamo cosa intenda l’Arcivescovo dell’Aquila quando afferma in tv che l’Ance è in malafede”.

Lo affermano i presidenti dell’Associazione costruttori provinciale e regionale, Gianni Frattale e Mauro D’Intino, in una nota in risposta agli strali arrivati dalla Curia arcivescovile dell’Aquila dopo l’esplosione della ‘guerra’ con le imprese portata alla luce da AbruzzoWeb.

I due presidenti replicano ai contro-strali dell’arcivescovo metropolita uscente, monsignor Giuseppe Molinari,

“Abbiamo ricevuto dal consorzio risposte evasive e lacunose che pure in alcune parti significative hanno modificato il bando – sottolineano – Modifiche in corsa che avrebbero quindi richiesto la ripubblicazione del bando, così come da noi inizialmente sollecitato”.

“Le nostre richieste quindi, non certo in malafede ma fatte nell’interesse della ripresa, dello sviluppo e della ricostruzione partecipata, continuano ad essere le stesse: coerenza del metodo, trasparenza sui piani e programmi e pari opportunità fra le imprese”, concludono.

LA NOTA COMPLETA

Il Presidente di Ance L’Aquila è sempre stato in buona fede tanto che si è recato nei mesi scorsi dall’Arcivescovo, in veste di rappresentante istituzionale degli imprenditori edili, accompagnato dal Direttore dell’Associazione, per sollecitare ufficialmente e in maniera diretta e inequivocabile, una maggiore attenzione nei confronti delle imprese locali.

Sappiamo bene che i consorzi hanno piena facoltà di scegliere le ditte per l’esecuzione delle opere, fra quelle però adeguatamente qualificate. Nel nostro intervento abbiamo posto in proposito delle questioni squisitamente tecniche, su cui abbiamo ritenuto doveroso informare la Curia, quale autorità morale, per sollecitarla a una verifica sulle attività del consorzio di cui è parte.

L’istituzione religiosa è un privato molto particolare in quanto responsabile della ricostruzione di numerosi beni architettonici collettivi, incastonati e diffusi in tutti i centri storici, tanto da potere determinare le sorti di buona parte del cratere.

Ci risultano inoltre incomprensibili le affermazioni dell’avvocato Michele Conte quando parla di volpi che non arrivano all’uva e di rivendicazioni di interessi particolari e orticelli difesi avvalendosi della stampa. La Curia stessa evidenzia nella lettera alla stampa che non vi è alcuna guerra in atto, ma solo un civile confronto epistolare con il Consorzio Sant’Emidio e con la Curia.

Quello che volevamo far notare con i nostri rilievi era un’esclusione immotivata di molte imprese, anche locali, attraverso l’imposizione di criteri restrittivi che la legge non prevede neppure per gli appalti pubblici, notoriamente più stringenti.

Abbiamo ricevuto dal consorzio risposte evasive e lacunose che pure in alcune parti significative hanno modificato il bando. Modifiche in corsa che avrebbero quindi richiesto la ripubblicazione del bando, così come da noi inizialmente sollecitato.

Conosciamo bene il mercato globale perché lo affrontiamo ogni giorno. Proprio per questo ci chiediamo se le poche imprese che hanno risposto, e ci piacerebbe avere l’elenco, l’hanno fatto in base ai requisiti esposti nell’avviso o in base a quelli modificati dalla lettera.

Ci riferiamo in particolare al passaggio sull’obbligatorietà di costituzione in riunione temporanea d’imprese solo orizzontale. Condizione che obbliga al possesso di tutte le Soa previste dal bando, al contrario delle norme che invece prevedono altre forme di aggregazione che permetterebbero la sinergia delle migliori imprese per ogni categoria di lavori.

Ricordiamo inoltre, come già segnalato ai responsabili del consorzio, che l’appalto in questione riguarda solo lavori su edifici vincolati, ma si richiede anche l’ Og1, che riguarda opere ordinarie, addirittura per importi illimitati. Invece per la categoria dei restauri dei decori, l’ Os2A, a fronte di 13 milioni di opere da eseguire viene chiesta la qualificazione solo per 2 milioni e mezzo di euro. Alcuni requisiti economici richiesti, e non dovuti, sono spropositati e alla portata solo di pochissime imprese in Italia.

Quando i presidenti dell’Ance intervengono, non è a titolo personale ma in via esclusivamente istituzionale, per garantire trasparenza, libera concorrenza e partecipazione delle imprese in base alle loro caratteristiche e capacità. Ci chiediamo a tal proposito se è stato utilizzato lo stesso metodo di selezione delle imprese anche per i lavori di altri edifici, come il complesso di Santa Maria Paganica.

In particolare attendiamo risposta dai responsabili della commessa sui requisiti richiesti, le garanzie prestate, le procedure utilizzate per la scelta dell’impresa per un lavoro che, a quanto pare, ammonta a circa 20 milioni di euro, se è stato già affidato il lavoro e qual è l’impresa aggiudicataria. Stesse richieste per il complesso di San Marco.

Le nostre richieste quindi, non certo in malafede ma fatte nell’interesse della ripresa, dello sviluppo e della ricostruzione partecipata, continuano ad essere le stesse: coerenza del metodo, trasparenza sui piani e programmi e pari opportunità fra le imprese, come previsto dal libero mercato in cui anche la Curia e le singole parrocchie operano, a volte come committenti unici , altre partecipando a consorzi.

Spiace che venga travisata la normale attività istituzionale di un’associazione di imprenditori che da sempre interloquisce con le stazioni appaltanti pubbliche e private. Attività che da dopo il terremoto si è intensificata con i proprietari degli immobili, con i rappresentanti dei condomini e dei consorzi, trovando sempre spirito di collaborazione.

Quello che dovevamo dire al consorzio e all’avvocato Conte lo abbiamo detto, l’unica risposta possibile ora, sarà nel merito dei quesiti posti. Non risponderemo più a provocazioni personali e illazioni.