L’AQUILA – “L’imprenditore, vittima sotto certi aspetti, anche se soggetto al codice penale, fa emergere il concetto di dover pagare per lavorare all’Aquila. Non sarà una costante, ma sicuramente nelle nostre due indagini questo dato emerge”.

Così il dirigente della squadra Mobile della Questura dell’Aquila, Maurilio Grasso, nel corso dell’incontro con i cronisti sull’operazione “Betrayal” con 5 arresti, ha segnato la differenza rispetto a tutti gli altri investigatori che hanno affermato unanimente “non esiste un sistema-L’Aquila di tangenti”.

“Il sistema L’Aquila non c’è – ha ripetuto anche lui – ma nelle due indagini sugli appalti che abbiamo fatto, tra ‘Do ut des’ e questa, emerge un quadro ben definito di soggetti tutti interessati alla ricostruzione e ad aggiudicarsi appalti attraverso tangenti”.

Grasso ha ricordato di aver visto “sfilare in questi 2 anni vari soggetti: imprenditori, faccendieri, architetti, ingegneri, e intorno a questi soggetti figure che mediano per far ottenere gli appalti, e in questa situazione vengono arrestati anche funzionari pubblici”.

Come aggiornamento il capo della Mobile ha svelato “perquisizioni in corso a Roma, Bologna, Rieti, Pescara e Chieti” e ha concluso: “Le misure cautelari sono un inizio dell’attività, ora dobbiamo continuare con i pm”.

Per il comandante provinciale della Guardia di finanza, Giovanni Castrignanò, “è stato un piacere lavorare con la Polizia, un esempio di collaborazione come ne ricordo pochi. Il sistema L’Aquila non c’è, ma ci sono tanti soggetti che tendono a procurarsi vantaggi dalla vicenda del sisma”.

Il comandante del Nucleo di polizia Tributaria, Gianluca De Benedictis, ha fatto notare come “già normalmente sia difficile operare all’interno di una forza di Polizia, averlo fatto insieme alla squadra Mobile e per due anni è davvero notevole”. Alberto Orsini