L’AQUILA – Il feroce braccio di ferro, peraltro dietro le quinte, tra Comune e direzione regionale Beni culturali da una parte e la curia dall’altra sta provocando quello è da considerare lo “scandalo” della basilica di San Massimo.
La chiesa più importante della città, nel cuore del centro storico, è l’unico luogo di culto sul quale, dopo oltre cinque anni dal sisma del 6 aprile 2009, non c’è stato alcun intervento di ricostruzione con lo storico bene ecclesiastico abbandonato, senza neppure una copertura provvisoria e con l’erba che ormai la fa da padrone.
È bloccato infatti l’intricato e costoso appalto di ricostruzione della Cattedrale e degli edifici a essa collegata, tra cui l’arcivescovado, controllato dalla curia nel “Consorzio Sant’Emidio”.
L’ostacolo è nelle modalità di assegnazione della parte di finanziamento pubblico della milionaria commessa privata in un contesto nel quale la Curia, che non ha mai abbandonato la speranza di contare nella ricostruzione del proprio patrimonio, chiede che la quota pubblica sia assimilata alla fetta privata applicando una norma in vigore, mentre Comune e Mibact si oppongono fermamente sostenendo la necessità di un bando pubblico.
La commessa del valore complessivo di 45 milioni di euro divisi tra i 35 degli edifici privati e i 10 della parte pubblica, relativa proprio alla chiesa, che si vorrebbe far confluire nel calderone privato ad affidamento diretto, operazione che suscita proteste e polemiche.
L’aggregato “della discordia” è stato aggiudicato alla fine all’associazione temporanea d’imprese (Ati) composta da Sac Spa, Costruzioni Iannini Srl e Dp Restauri Srl. Queste ultime, da quanto appreso, hanno già cominciato i lavori a proprie spese, anche come forma di pressione.
Nel complesso la vicenda di San Massimo va considerata una vera indecenza, anche perché, tra liti, inchieste e perdite di tempo, la chiesa più importante della città giace abbandonata dal 6 aprile 2009.
E per di più, dopo il crollo del tetto, a differenza di altri importanti edifici sacri, è stata lasciata senza una copertura provvisoria, tanto che ha cominciato a crescere l’erba sul prezioso pavimento decorato, come denunciato da questo giornale.
L’aggregato privato era stato rinominato “della discordia”, poiché aveva suscitato parecchie polemiche, in particolare da parte dall’associazione costruttori (Ance) provinciale e regionale, che in una lettera avevano sottolineato che i requisiti per partecipare alla “mini gara”, pubblicati solo in un’inserzione sul quotidiano economico Il Sole24Ore, erano tali da far fuori dalla corsa tutte le aziende locali, facendo gridare alla possibile assegnazione ad aziende nazionali “amiche”.
Ancora, sulla pelle della Cattedrale è andato in scena il tentativo, sotterraneo e poi portato alla luce dalle inchieste giudiziarie e da AbruzzoWeb, messo in atto da parte dell’Arcidiocesi di accaparrarsi il potere di bandire appalti per la ricostruzione, anche attraverso pressioni al governo, contrastato dall’amministrazione comunale e in alcune circostanze anche dalla direzione regionale dei Beni culturali.
A rinfocolare lo scontro ora è l’assessore comunale alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, che nelle scorse settimane ha inviato una lettera al sottosegretario uscente all’Economia con delega specifica al post-sisma aquilano Giovanni Legnini.
Una missiva che va inquadrata nel processo di nascita della nuova legge sulla ricostruzione, con numerose e importanti modifiche alle “regole del gioco” come AbruzzoWeb ha anticipato, pubblicando i contenuti principali della bozza più aggiornata.
E tra questi c’è un articolo che affida definitivamente la titolarità della ricostruzione delle chiese alla direzione generale Mibac, che, se fosse approvato quel testo, diverrebbe per legge stazione appaltante, declassando il ruolo della Curia e la Conferenza dei vescovi abruzzesi e molisani (Ceam) a semplici fornitori di pareri.
Di Stefano riassume la situazione a Legnini ricordando che, vigenti le regole attuali, il malloppo di questo aggregato è diviso nelle due tranche che hanno percorsi molto diversi tra loro.
Da un lato, i 35 milioni di euro della cosiddetta “parte privata”, su cui opera il Consorzio presieduto da Augusto Ippoliti, esponente vicino alla Curia già indagato nell’inchiesta della procura della Repubblica sulle procedure di ricostruzione dei beni culturali e religiosi.
Dall’altro lato c’è, infatti, secondo una stima appena riveduta al ribasso, il lavoro da 10 milioni di euro della cosiddetta “parte pubblica”, per la ricostruzione della sola chiesa, che rientrano nel programma della direzione regionale Mibac da 700 milioni di euro per 9 anni.
Questi lavori dovranno essere aggiudicati al termine di una gara pubblica, con tutti i rallentamenti che ne conseguono ma la Curia e le ditte spingono perché riconfluiscano nel calderone della parte privata.
Anche perché attualmente la direzione generale Mibac è senza testa: Fabrizio Magani è andato via mentre il sostituto Francesco Scoppola non può ancora agire a causa della mancanza di un placet formale. Questo impedisce di stimare in maniera certosina la Cattedrale che, così, non avendo un “prezzo” non può essere inserita negli elenchi di opere pubbliche da finanziare.
A dispetto di questo, la manovra “tutto privato” non va affatto bene a Di Stefano: sia per la guerra di poteri in atto, sia per una questione di opportunità, sia per una questione di merito visto che, sottolinea, se la chiesa fosse considerata edificio privato e scorporato dall’elenco del Mibac, verrebbe classificata come “edificio diverso da abitazione principale” e, quindi, non avrebbe copertura finanziaria completa assicurata.
Qual è lo scopo della Curia, recuperare San Massimo o maneggiare gli appalti?, si chiede e chiede polemicamente Di Stefano al sottosegretario.
Se vogliono “contare”, come ribadito più volte sia dai vecchi vertici che dall’attuale arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi, vadano dal governo a ribadire le loro istanze, prosegue l’assessore, ma comunque in raccordo con l’amministrazione cittadina e la direzione ministeriale. E in ogni caso, l’obiettivo prioritario deve essere la ricostruzione rapida ed efficace.
La Curia, dal canto suo, tira dritta per la sua strada. E conta anche sul fatto che, in altri edifici sacri, la gestione della ricostruzione come un unico, mega appalto privato è andata avanti con buon successo nei tempi di realizzazione e nella qualità dei lavori.



