FOSSA – È finita in un vicolo cieco la ricostruzione, ferma ormai da due anni, dell’aggregato edilizio di Fossa Osteria (L’Aquila), il cui cantiere è stato aperto e subito bloccato dalla Soprintendenza nel 2015 dopo il ritrovamento di alcuni reperti archeologici.

Da allora dopo una serie di riunioni infruttuose tra i proprietari e gli enti pubblici, dopo la demolizione del vecchio aggregato di abitazioni, quel che rimane sul sito è una selva di erbacce cresciute ovunque.

Otto anni dal terremoto, di cui quasi due trascorsi inutilmente, con un cantiere che avrebbe potuto restituirgli casa, inesorabilmente fermo da ormai 19 mesi. È l’odissea di otto famiglie che a causa della burocrazia e degli assurdi vincoli imposti dalla soprintendenza ancora non si vedono ricostruita la propria abitazione.

I lavori, iniziati il 22 settembre 2015 con la demolizione dei fabbricati, si sono fermati pochi giorni dopo a causa del ritrovamento di un’antica strada romana, che insiste a qualche metro di profondità proprio sotto le case abbattute ma che si estende anche al di sotto dell’attuale strada provinciale.

Anche i lavori di ampliamento di quest’ultima, da tempo programmati dalla Provincia, sono di conseguenza stati bloccati, con notevoli disagi per la viabilità locale.

A nulla sono servite le modifiche al progetto, imposte dalla soprintendenza, e neppure il fatto che i proprietari si siano dichiarati disponibili a farsi carico dell’acquisto di alcuni terreni prospicienti per assecondare le esigenze di tutela del bene archeologico, di fatto arretrando le case rispetto alla posizione originale: di riunione in riunione, ad oggi il cantiere è ancora al palo.

Ulteriori lungaggini sono poi derivate dal fatto che la strada romana si è scoperto arrivasse fin sotto l’attuale strada provinciale, che in quel tratto sarebbe dovuta essere ampliata perché considerata pericolosa a causa di una strettoia. È per questo che il Comune aveva anche previsto l’abbattimento di alcuni vecchi fabbricati, ormai da tempo espropriati.

Le otto famiglie hanno fatto appello agli enti, ma ad ormai quasi due anni ancora non si riesce a trovare una soluzione che sblocchi l’avvio dei lavori di ricostruzione e gli consenta di rientrare in possesso dei propri beni.

C’è poi chi fa notare come l’attenzione verso la tutela dei beni archeologici, di per sè apprezzabile, faccia il paio, non solo con un comune interamente edificato sulla vecchia città romana di Aveia, ma con lo stato di semiabbandono in cui versa la Necropoli, sito dei Vestini, che a stento il Comune, con enormi sforzi e a proprie spese, riesce sporadicamente ad aprire al pubblico.

Neanche a dirlo, infatti, da quanto si apprende resta l’incognita su quale ente dovrà farsi carico di finanziare l’ipotetica valorizzazione dei reperti archeologici tornati alla luce.

La stasi, poi, sta creando tensioni anche con l’impresa che si era accaparrata i lavori, che aveva organizzato i turni e aperto il cantiere, con tutte le conseguenze, anche piuttosto onerose, che questo comporta.

Una matassa difficile da sbrogliare, se si considera che, visti i ritardi, quando ci si deciderà a partire non sarà semplice far convivere due cantieri attigui senza che la strada resti interrotta. (m.sig.)