L’AQUILA – Si allarga in Regione Abruzzo il pasticcio della retribuzione individuale di anzianità (Ria), l’indennità aggiuntiva allo stipendio riservata al personale dell’ente, concessa con una legge regionale che allineava l’ammontare di tutti i dipendenti alla soglia più alta maturata da quelli provenienti da altre amministrazioni.

Con la sentenza del 9 luglio 2014, che ha salvato la Regione da un salasso ipotizzato tra 70-100 milioni di euro, la Corte costituzionale ha bocciato la legge che aveva avviato questa prassi.

La sentenza ha posto di fatto in una situazione di illegittimità centinaia di dipendenti che, attraverso cause di lavoro, avevano chiesto e ottenuto di ricevere le somme livellate verso l’alto: un tesoretto una tantum per quelli già in pensione, oppure erogate mensilmente in più sulla busta paga, per quelli tuttora in servizio.

L’effetto collaterale è che, bocciando la norma e l’indennità, i giudici delle leggi hanno costretto la Regione ad avviare l’operazione recupero, che si annuncia quanto mai difficoltosa, in particolare per i dipendenti che le cui sentenze sono passate in giudicato e sono da considerarsi, ormai, definitive.

Oltretutto, dopo la bocciatura della Consulta si è sdoppiato il comportamento delle due articolazioni dell’ente Regione: da un lato la Giunta non ha abbassato le indennità, continuando a erogarle “alte” ai propri lavoratori, senza curarsi dell’incostituzionalità.

All’opposto, con un atteggiamento più prudente e contando anche sul numero molto minore di dipendenti coinvolti, il Consiglio regionale ha tenuto conto del diktat della Consulta e ha falciato le indennità.

Nell’uno e nell’altro caso, l’ente ha e avrà difficoltà indicibili a recuperare le somme già erogate per sentenze della magistratura divenute definitive in tempi precedenti allo stop della Consulta. Bisognerà cercare una strategia che, a oggi, non sembra neanche abbozzata.

Un’ulteriore diversificazione c’è stata rispetto alle modalità in cui la retribuzione è stata pagata.

Secondo quanto si è appreso, infatti, l’Avvocatura regionale ha impugnato solo le provvisionali, cioè le Ria pagate in blocco, per i dipendenti della Giunta che hanno vinto la causa in primo grado o in secondo grado, e sono circa 250 persone. Non è stata eccepita l’incostituzionalità, viceversa, sulle Ria mensili.

Questo perché gli avvocati regionali sarebbero in attesa di un pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato nazionale. Un parere che potrebbe sentenziare che non solo le Ria vanno bloccate, ma l’intera operazione configura anche un danno erariale da processare attraverso la Corte dei conti.

Nel dubbio, il Consiglio ha già avviato la sospensione e i recuperi, anche se qualche dipendente ha provato a opporsi. Per quanto riguarda l’Emiciclo si tratta di una somma relativamente contenuta, circa 60 mila euro per 5 persone.

Ben diverso il caso della Giunta, dove le posizioni sono centinaia e l’impatto sul già esangue bilancio dell’ente è stato devastante.

Nei mesi scorsi la Giunta regionale aveva chiesto un’informativa al proprio ufficio personale, ma senza decidere nulla e ancora oggi nulla è stato deciso, tanto che più volte sul piano politico è arrivata l’accusa di immobilismo da parte del consigliere regionale Mauro Febbo (Forza Italia), presidente della commissione di Vigilanza, che ha affermato di avere già l’elenco pronto dei morosi e ha invitato caldamente il presidente, Luciano D’Alfonso, a darsi una mossa.